• Leila Awad

Autunno - secondo racconto di Natale

Avete presente quando le favole finiscono con “e vissero tutti felici e contenti”?

O quando Miss Jane Austen descrive la gioia della vita familiare a Pemberley?

Ci crescono dicendoci che bisogna aspirare a quello, che arrivati al “felici e contenti” è fatta, finita, tutto andrà bene. Quello che non ci dicono è cosa succederà DOPO.

Dopo il matrimonio, dopo la luna di miele… dopo.

Eppure io lo sapevo che l’amore è sopravvalutato, Mr. Darcy da uccidere e il matrimonio una strana forma di schiavitù legale e tutto questo avrebbe dovuto farmi passare qualsiasi fantasia per abiti bianchi e marce nuziali, ma poi un odioso giornalista è entrato nella mia vita e tutto è precipitato.

No, non vi annoierò con le roccambolesche avventure che ci hanno condotto all’altare, cinque anni fa, perché se proprio ci tenete potete leggerne su “Abbastanza da tentarmi”, il mio blog, con il quale ho contribuito, mio malgrado, a supportare il mito del “felici e contenti”. Oh no, quello di cui oggi vi voglio parlare, mentre aspetto i bagagli davanti al rullo nell’aeroporto di Fiumicino, in un dicembre non particolarmente freddo, ma sicuramente piovoso, è quello che succede DOPO.

Quando la luna di miele finisce e la vita reale inizia, fatta di impegni pressanti e carriere che si aggiungono a caratteri già troppo orgogliosi che non hanno voglia di fare passi indietro.

«Liam, vedi la valigia?»

Mi sporgo cercando i nostri bagagli, un altro momento di ansia dopo quello del peso al check-in, e finalmente vedo la mia, cerco di infilarmi tra un gruppo di ragazzi in gita scolastica per afferrarla e quasi crollo a terra nel tentativo. Per fortuna un ragazzotto alto più o meno due metri recupera me – e la valigia.

«Grazie!» esclamo, poi mi giro: Liam, del tutto incurante, è al telefono, quindi, ignorando la sua valigia sul rullo, prendo le mie cose e mi avvio verso l’uscita. Incredibile. Non si è accordo di nulla, nulla! Ma d’altronde, perché avrebbe dovuto preoccuparsi di quello che stava accadendo? Sono mesi che viviamo vite totalmente separate, a volte ci incontriamo a casa, a volte neppure dormiamo insieme. All’inizio è stato tutto magnifico, ognuno di noi aveva il proprio mondo e a cena ci riunivamo per parlare delle nostre giornate, poi il mio programma è stato spostato alla sera, poi lui ha ripreso i viaggi in giro per il mondo e più il tempo passava, più ci allontanavamo. Mi son detta mille volte che era solo il momento, che avremmo risolto, che sarebbe passato, ma eccoci qui, dopo un volo passato praticamente ignorandoci, con me che esco furiosa dall’aeroporto e Liam alle mie spalle, del tutto ignaro.

Purtroppo il mio desiderio di salire su un taxi e andare in hotel si infrange contro un signore di mezza età con un cartello che dice signore e signora Adreci.

Potrei ignorarlo, dire che sono Isabella Bendecido, ma, aimè, so bene che quella signora Adreci sono io.

«Salve» lo saluto e lui mi regala un sorriso smagliante.

«La signora Adreci? È sola?»

Magari. «Mio marito sta arrivando.»

«Oh bene» replica, «è un bellissimo periodo per visitare Roma, questo, vedrà. Niente di più bello di Roma a Natale.»

Gli rivolgo un sorriso di circostanza, che muore non appena incrocio lo sguardo di Liam.

«Potevi aspettarmi.»

«Potevi accorgerti di me» replico, poi mi avvio fuori dall’aeroporto, con buona pace dell’autista, che mi rincorre per indirizzarci verso la macchina. Il nostro siparietto evidentemente non lo ha scoraggiato, perché continua a chiacchierare del Natale a Roma senza sosta finché non ci lascia davanti l’ingresso dell’hotel, circondati da ghirlande e alberi di Natale.

Ringraziamo ed entriamo, mentre un valletto si occupa dei bagagli, e io sogno di potermi fare finalmente una doccia, ma quando arriviamo nella suite riservata realizzo una cosa: per grande che sia, non ci sarà mai abbastanza spazio per entrambi.


Evidentemente Liam deve pensare la stessa, cosa, perché per la prima volta da quando abbiamo lasciato Madrid ci guardiamo negli occhi, smarriti e imbarazzati.

Tutto trasmette calore, qui, come solo il Natale sa fare, ma sento unicamente il gelo: per la prima volta dopo mesi, ci troviamo lontani dalle nostre zone confort, costretti a convivere l’uno con l’altra. E tutta l’enormità della distanza mi investe.

Come siamo arrivati a questo punto?

«Ti lascio il bagno» mi dice, schiarendosi la voce, «hai molto da fare.»

Lo ringrazio, prendo le mie cose e chiudo la porta alle mie spalle, ricominciando a respirare.

La verità? Liam Adreci è un uomo maturo che ha un nome importante a livello internazionale, ma nulla di tutto questo sembra stimolarlo più. A volte penso che parta non perché il suo lavoro a El Paìs ne abbia davvero bisogno, ma per non convivere con me e la mia carriera in ascesa.

Ci siamo conosciuti che ero una tirocinante, sposati che avevo appena iniziato a farmi un nome grazie ad un programma televisivo ed era perfetto perché avevamo separato i mondi, ma adesso, tra il blog e la trasmissione, sono diventata abbastanza popolare dentro e fuori la Spagna.

Popolarità che mi ha portata qui, oggi, a Roma, ad un evento enorme, con un programma tutto mio su Netflix, mentre lui è stato mandato ad un evento che poco ha a che vedere con il suo lavoro, perché “è una bella occasione, tu e Isabella insieme…”

Capite perché questa distanza tra noi è diventata enorme?

Vorrei dire qualcosa, fare qualcosa, ma non c’è nulla che possa dire o fare senza ferire il suo orgoglio, quindi mi limito a prepararmi, concentrandomi sul lavoro.

Quando esco Liam non c’è e non riesco a reprimere un sospiro di sollievo. Oltre la finestra intravedo il Colosseo con un enorme albero di Natale davanti, sento chiacchiere e risate, mi dipingo un sorriso sul volto e scendo.

Al terzo piano due stanze sono riservate alla crew Netflix e immediatamente i ragazzi mi accolgono parlandosi l’uno sull’altro, aggiornandomi su quello che succederà: cinque giorni di incontri sulle tradizioni natalizie di tutto il mondo, dall’Europa, all’Africa, all’America; un evento voluto dalle Nazioni Unite per gettare luce sulle realtà più lontane trovando un terreno comune.

Oh, lo so cosa state pensando. “Nazioni Unite, il mondo di Liam”. Beh, lasciate che vi disilluda subito: Liam odia essere qui, perché lo ritiene un evento frivolo per il quale è stato scelto solo perché è mio marito.

«Tra due ore ci sarà il cocktail di benvenuto, noi cominceremo a girare mentre ti preparerai, una cosa discreta, non temere» mi dice Alba, che sa bene quanto a Liam vada poco giù tutto questo, mentre scendiamo nella hall. C’è Natale ovunque, probabilmente anche più del solito.

Saluto qualche volto conosciuto e, mentre stringo mani e rivolgo sorrisi, cerco l’unico di cui in fondo mi importi, l’unico che non c’è.

«Scusate, avete visto il signor Adreci?» chiedo a delle hostess e loro, tra un’occhiata e un risolino, mi dicono che probabilmente è al bar. Mi sembra quasi un deja-vu, una delle prime uscite, quando io ero una semplice stagista e lui l’affasciante Liam Adreci. Alba coglie il tono e le fulmina con un’occhiata, mentre io mi avvio verso il bar; lo vedo subito, seduto ad una finestra con vista su via dei Fori Imperiali, mentre sorseggia qualcosa. Bellissimo. Inavvicinabile. Persino per me.

Mi manca. Mi manca chi ero vicino a lui – invincibile e felice. Mi manca la sua calma elegante, la sensazione di avere qualcosa – qualcuno – di solido al mio fianco. Io sono un mare in tempesta, per carattere e indole, Liam è il fiume che scorre lento, su cui puoi fare affidamento.

Non è l’amore che ci manca, questo lo so. È che a volte l’amore non basta.

È che adesso quel fiume sembra non sapere più quale direzione prendere e questo turba lui e turba me.

«Ehi» lo chiamo, avvicinandomi.

«Ehi.»

Neppure si gira.

«Sto andando a prepararmi… Sali con me?»

Sento lo struggente bisogno di toccarlo, di sentirlo vicino. Da quanto tempo non facciamo l’amore?

Ma Liam scuote il capo e prende un altro sorso. «Magari tra un po’.»

Annuisco, non replico. Lo show deve continuare.


«Un’ultima foto, Ella?»

Incrocio lo sguardo di Alba, sorrido al fotografo, faccio l’occhiolino alla telecamera perennemente accesa e raggiungo Liam nella sua parte della suite, chiudendomi la porta alle spalle.

Quando si gira verso di me il mio cuore non riesce a non saltare un poco, perché è bellissimo, così elegante, con un abito blu e la sciarpa verde e rossa attorno al collo.

«Sei splendida» mi dice, e mi ritrovo ad arrossire. Sembra quasi sorpreso; non è tanto il trovarmi splendida, quanto probabilmente il fatto che il complimento gli sia scivolato sulla lingua prima di riuscire a fermarlo, ad averlo colto impreparato.

«Grazie. Anche tu» replico e quasi vorrei non dover aggiungere altro, perché so che spezzerà questo flebile equilibrio. «Ti va una foto vicino l’albero?»

Qualcosa nel suo sguardo si incrina, ma in un attimo tutto torna a posto, torna lontano, torna impeccabile.

«Certo» replica e quando varca la soglia del salottino vedo le ragazze quasi trattenere il respiro. Si sistema l’abito già perfetto e si posiziona vicino l’albero, un tripudio di decori verdi e rossi che, per qualche assurdo motivo, si abbinano perfettamente con lui. Cinque anni dopo il matrimonio, nove anni dopo averlo visto la prima volta ancora sa farmi battere il cuore.

A volte mi sento in un perenne autunno, in questo matrimonio: privo della scoperta primaverile o della bellezza calda dell’estate, ma non ancora piombato nel gelido inverno.

C’è bellezza nell’autunno e c’è bellezza, ancora, nonostante tutto, tra di noi… e voglio salvarci. Devo salvarci.

Mi avvicino e, cogliendo entrambi impreparati, gli sfioro le labbra con un bacio. Un istante dopo, la sua mano scivola sulla mia vita e la mia sul suo petto e, per alcuni flebili, preziosi momenti, è come se non ci fosse altro nel mondo tranne noi.

Poi la macchina fotografica scatta e l’incanto si spezza.

Liam si schiarisce la voce e fa un passo indietro, io rimango vicino all’albero, sfioro una pallina con le dita e ingoio l’enorme groppo che mi si è formato in gola, poi alzo la testa, sorrido e raggiungo mio marito sulla porta.

La sala scelta per il cocktail è credo la più grande dell’hotel, in un angolo un pianista suona canzoni di Natale, sento calici tintinnare e lingue mischiarsi l’una sull’altra, come in una babilonia.

Parigi. Il nostro primo viaggio insieme, un altro convegno, quasi dieci anni fa, quando tutto è iniziato, solo che allora, tra giornalisti affermati provenienti da tutto il mondo, Liam era nel suo mondo e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua, terribilmente desiderosa di imparare. Oggi le telecamere mi seguono ovunque, è un mondo diverso e, nonostante Liam sembri perfettamente a suo agio mentre parla con altri giornalisti, so che la situazione è capovolta e qualcosa bolle sotto la superficie.

«Isabella Bendecido!»

La voce alle mie spalle è l’ennesimo deja-vu.

«Henry!»

Henry. Non lo vedo da… anni. Ed è ancora più affascinante di quanto non fosse quando ci siamo conosciuti, a Parigi.

«La star dell’evento…»

«Oh, per favore! È un evento nelle Nazioni Unite, io e Netflix probabilmente siamo un fastidio.»

«Dolcezza, sei qui perché qualcuno è stato abbastanza intelligente da capire che il mondo viaggia su lunghezze diverse rispetto a dieci anni fa. E te lo meriti tutto» continua, prendendo due calici e offrendomene uno, «ho seguito la tua carriera, negli anni.»

Sorrido. «Grazie. E di te, cosa mi dici?»

«Freelance, mi muovo tra carta stampata e online, vado dove mi guidano le notizie. E Adreci, lì, come sta?»

«Oh… bene. Molto bene. E tu, sei sposato?»

«Divorziato» mi risponde.

C’è un momento di imbarazzo, ma per fortuna Alba mi salva.

«Ella, giriamo un po’ di scene in giro» mi dice e io saluto Henry, forse fin troppo precipitosamente.

Il resto della serata passa senza che me ne renda conto, tra troppo champagne e poco cibo, finché non sono le due del mattino, siamo rimasti in pochi e Liam non si vede da nessuna parte. L’ho perso di vista più o meno verso le dieci di sera e non mi stupisce sia andato via senza salutarmi. Vorrei salire in stanza ma, al tempo stesso, la sola idea mi stranisce così decido di prendere tempo salendo al bar panoramico, mi siedo al bancone e chiedo una camomilla. La vista, da qui, è mozzafiato.

«Che ne dici di una tisana natalizia?»

Sorrido alla bartender e annuisco. «Volentieri. Mi fai compagnia?»

Ho la sensazione, dopo il vortice delle ultime ore, di aver bisogno di… decomprimere.

«Immagino ci sia tanto lavoro» le dico quando torna con due tazze fumanti, che odorano di zenzero e cannella e della Festa degli Elfi che, nella mia città natale, è l’evento delle feste. Ho sempre amato partecipare all’organizzazione e da quando è stato uno degli elementi che hanno avvicinato me e Liam all’inizio, ne sono ancora più legata.

«Molto, questo periodo è sempre caotico, ma questo evento è magnifico, amo il Natale.»

Scoppio a ridere davanti al suo tono estasiato; la tisana è deliziosa e mi riscalda lo stomaco e il cuore.

«E poi sono stata davvero felice di sapere che ci saresti stata tu…»

«Davvero?»

«Sì! Seguo il tuo blog da… anni! Credo dall’inizio. Meriti tutto il successo che stai avendo…»

Di solito questi commenti mi imbarazzano, ma lei è così spontanea e allegra che mi sento rilassata e serena.

«Grazie, grazie mille. Ne avevo bisogno.»

Mi sorride e per un po’ rimaniamo in silenzio a sorseggiare la tisana e a ammirare la città fuori dalla finestra, con le luci di Natale che illuminano la notte romana.

«Credo sia ora di andare… domani sarà una lunga giornata. Grazie, per tutto.»

Scendo dallo sgabello, raggiungo l’ascensore e mi tolgo le scarpe mentre premo il bottone dell’ultimo piano. La suite è silenziosa. Mi strucco, uso i prodotti che ho portato da casa, ignorando quelli degli sponsor – domani Alba mi ricorderà di fare una foto – e mi siedo per un attimo ad ammirare l’albero, l’unico punto di luce della stanza.

La mattina è lì che mi trova Liam, addormentata.


La prima vera giornata di lavoro è folle e bellissima, e a volte mi manca il fiato, ma è anche… magnifico. Non avrei mai pensato di arrivare qui, quando ho iniziato, non avrei mai pensato di avere una trasmissione su Netflix – neppure esisteva Netflix o qualcosa di vagamente simile – né di essere riconosciuta per strada, persino lontano dalla Spagna, ma oggi sono orgogliosa di quello che ho creato. L’unica cosa che manca, l’unica cosa che vorrei, è condividere tutto questo con l’uomo che amo e che al momento è in un’altra sala ad ascoltare una conferenza che, di sicuro, sta odiando e non perché ce ne sia ragione, ma per principio.

«Stasera c’è la cena di gala, ma hai un paio di ore libere se vuoi riposare» mi dice Alba ad un certo punto nel pomeriggio.

«Penso farò una passeggiata, sai? Hai idea di dove sia Liam?»

«No, mi spiace.»

So che non è ad alcuna conferenza, ma faccio comunque il giro delle sale, poi vado al bar e infine in stanza, ma di mio marito nessuna traccia. Ok. Probabilmente ha avuto la mia stessa idea. Cerco di non rimanerci troppo male e mi immergo nel freddo della città eterna. Dall’hotel arrivo in pochi passi su via dei Fori Imperiali, dà le spalle al Colosseo e la percorro, facendo slalom nella folla, affacciandomi per ammirare i reperti romani: incredibile pensare che fino all’inizio del secondo scorso questo era tutto, o quasi, coperto da strade e abitazioni, celato alla vista. È un sacrilegio coprirlo, perché è di una bellezza commovente.

Qualcuno canta in un angolo, un signore sta ritraendo una coppia giovane, forse straniera, l’albero di piazza Venezia è uno splendore. È stato finanziato da Netflix, so che domani faremo qualche scatto qui, ma per ora me lo godo senza nessuno attorno – nessuno della crew almeno – e con il cellulare bene in tasca, almeno finché mia sorella Leonor non mi chiama per sapere come sto e che programmi abbiamo per Natale.

Mancano dieci giorni in fondo.

«Vigilia da mamma e papà?» mi chiede, «i gemelli chiedono della loro zia vip ogni giorno. Ci manchi.»

Scoppio a ridere. Emma e Mateo hanno nove anni ormai e mi chiedo dove sia scappato tutto questo tempo, perché a me sembra ieri che sono nati. Emma mi chiede spesso quando le farò un cuginetto, ma la verità è che non c’è mai stata l’occasione: prima il lavoro, poi la crisi. Eppure so che lo vorrei, un piccolo Adreci. O magari più di uno.

«Penso di sì. Con Liam non ne abbiamo ancora parlato, ma immagino faremo come ogni anno, la Vigilia a Alcalá de Henares e Natale a Villa de Cebada.»

L’imponente maniero degli Adreci, talmente grande che io e Liam neppure rischiamo di incontrarci. La prima volta che ci sono stata, quando ho conosciuto suo padre, è stato uno dei momenti più brutti della mia vita, ma da quando il conte di Olivito si è trasferito lasciando la villa a Liam e alla sorella, è diventato un angolo di mondo accogliente che amo chiamare casa. E poi lì non devo fingere che vada tutto bene, come a casa mia.

«Allora ci vediamo il 24, tesoro.»

«Sì. Dai un bacio ai gemelli.»

Stacco la conversazione e, quando alzo lo sguardo, mi ritrovo a piazza di Spagna; c’è talmente tanta gente che a malapena riesco a vedere i gradoni. A sinistra c’è la sala da tè dove siamo stati con Liam durante un weekend romano qualche mese dopo il matrimonio. Mi si stringe il cuore, se penso a quanto eravamo pazzamente innamorati.

Per fortuna un messaggio mi ricorda che devo tornare in hotel, strappandomi al doloroso viale dei ricordi.


Se ieri Liam era affascinante, oggi, con il tuxedo, è da togliere il fiato. «Liam…» sussurro, entrando nel salotto. È un raro momento di calma e la solitudine un po’ conforta e un po’ spaventa.

«Ti ho cercato oggi pomeriggio, sono uscita per una passeggiata. Son passata davanti a Babingtons, la sala da tè… Ricordi?»

Liam sorride. «Come potrei non ricordare che ci hanno quasi denunciato per atti osceni?»

«Esagerato… per qualche bacio» replico, ma ricordo benissimo quanto abbiamo faticato a staccarci, con buona pace della compostezza dell’algido signor Adreci, e che notte meravigliosa è stata dopo.

Mi avvicino, gli prendo la mano destra e gli lascio un bacio sul dorso, vicino alla vera dorata. Lo sento irrigidirsi, ma non gli permetto di allontanarsi.

«Isabella…»

«Liam.»

«Non mi sembra davvero il caso.»

«No?» replico, facendomi scivolare l’abito lungo la schiena. Percepisco l’esatto momento il cui il suo autocontrollo crolla, ma nel momento in cui sorrido e penso che dovremmo solo smettere di parlare e lasciare che siano i nostri corpi a guidarci, bussano alla porta. Fortunatamente è Alba, che ha la delicatezza, che atri non hanno, di non entrare prima di essere invitata a farlo.

Liam si allontana e io sento il gelo avvolgermi.

Vorrei dire qualcosa, ma mio marito è già lontano anni luce da me, così mi risistemo il vestito e facciamo iniziare la serata.

Vorrei dire che me la sono goduta, vorrei dire che sono stata felice, ma la verità è che qualsiasi riconoscimento abbia avuto si scontra e viene annullato dall’atteggiamento di Liam, sempre più cupo man mano che la serata avanza, al punto che, a un certo punto, fa ironia crudele sul mio lavoro davanti ad almeno venti persone, per poi sparire, lasciandomi senza fiato e senza parole, mortificata e imbarazzata.

«Non prendertela.»

Sobbalzo. Henry è a pochi passi da me. Sorrido fingendo che tutto vada bene, come sto facendo da ore. Mesi, forse. Anni?

«Certo che no, lui non…»

«Liam Adreci appartiene a quel mondo che si rifiuta di capire che il tempo passa e la realtà cambia. Quando ci siamo conosciuti lui era la star e tutti gli altri suoi satelliti, ora non è più così e non sa accettarlo. Meriti di meglio, Isabella.»

«Onestamente, Henry, non sono affari tuoi» replico, dandogli le spalle.

Non lo sono. Ma non posso negare che le sue parole abbiano solo dato voce a quello che penso da tanto, troppo tempo: Liam è rimasto ancorato ad una realtà che sta morendo.

Cerco di far andare avanti la serata facendo finta di nulla, ma non appena rientriamo nella suite…

«Cosa ti è preso, si può sapere?»

«Non so di cosa tu stia parlando» replica, dandomi le spalle.

Sono furiosa. Essere in crisi è un conto ma ferirmi e mortificarmi in pubblico, senza garbo o ritegno, è un altro, e visto che continua a ignorarmi, spogliandosi, prendo la prima cosa che mi capita sotto mano – una renna di natale in vetro – e la lancio addosso al muro. Almeno questo lo riscuote.

«Sei impazzita?»

«Io? Io, Liam? Ma non ti vergogni? Chi ti credi di essere a sminuire in quel modo il mio lavoro?»

«Lavoro? A te sembra lavoro, quello? Fare due scene davanti a una telecamera, due foto? Lavoro? Pensavo di averti insegnato un vero mestiere, ma evidentemente la mia prima impressione era corretta: una giornalista mediocre.»

Ho la sensazione che la mia testa sia sul punto di esplodere. Non lo pensa davvero. O sì?

Sento le lacrime premere per uscire e più io tremo più Liam sfoggia compostezza più a me sembra di impazzire.

«Io non sono mediocre, Liam Adreci. Ciò che faccio non è mediocre e se tu sei così ottuso da non voler capire che il mondo si evolve, che il giornalismo non è solo quello che fai tu con il tuo prezioso inchiostro, è un problema tuo, ma non ti permettere di dire a me che sono mediocre, mai più.»

Mi fa male la gola per quanto ho urlato e mi fa male il cuore per il modo in cui mi sta guardando, come se neppure mi vedesse.

Ci fissiamo per alcuni eterni minuti, io sconvolta, lui perfetto. Poi dice l’ultima cosa che mi sarei aspettata. «Dormirò sul divano questa notte. Tornati a Madrid credo dovremo parlare del nostro futuro.»

Mi manca il fiato. «Il nostro futuro? Che vuoi dire?»

Liam, il mio Liam, l’uomo che, nonostante tutto, amo, alza le spalle come se la cosa non avesse rilevanza. «Penso dovremmo separarci, almeno per un po’. Così non va, Isabella. Lo sai anche tu.»


Ho passato una notte eterna e insonne, a girarmi nel letto chiedendomi come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto. Così non va, su questo, gliene devo dare atto, ha ragione. Ci stiamo distruggendo a vicenda, amplificando le singole infelicità. O, per lo meno, la sua infelicità influenza me, e così, dopo l’ennesima giornata trascorsa sotto l’occhio delle telecamere, a fingere, in maniera quasi grottesca, che tutto vada bene, non appena vedo Liam salire in camera, scappo fuori, lungo le strade del centro di Roma, con il cuore pesante. Non può finire così, mi rifiuto di credere che dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo aver lottato con le rispettive famiglie, le malelingue e, soprattutto, i nostro caratteri orgogliosi, i troppi pregiudizi e la cecità, possa finire così.

«Fragole, signorina?»

Non capisco cosa mi stiano dicendo in italiano, ma capisco che la voce è rivolta a me, così mi giro e trovo, alle spalle del Vittoriano, il monumento ai caduti, una vecchina ambulante, con un carrello pieno di fiori e frutti. Mi tende un cestino di fragole, sorridendomi.

Mi dice qualcos’altro che non capisco, mentre continua a mostrarmi quei deliziosi frutti rossi.

«Le fragole guariscono tutto, soprattutto i cuori spezzati» traduce una voce alle mie spalle. La bartender dell’hotel. «Grazie» le dico e, quando prendo in mano il cestino, l’ennesimo deja-vu mi coglie. E così, dopo aver pagato e salutato, quasi corro fino in hotel.

La suite sembra deserta, ma dal bagno sento scorrere l’acqua della doccia: per un attimo sono tentata di raggiungerlo, di fare quello che ha fatto lui, a Parigi, nove anni fa, cogliermi di sorpresa con un cestino di fragole mentre ero immersa nella vasca da bagno, ma so che non porterebbe a nulla di buono, così mi siedo ad aspettare.

Quando la porta del bagno si apre il mio cuore inizia a battere all’impazzata.

Liam, quando mi vede, sobbalza.

«Isabella, cosa…?»

«Fragole.»

«Fragole?»

«Fragole» ripeto. «Ricordi Parigi? Ti ricordi di noi?»

«Isabella…»

Mi alzo in piedi di scatto e mi avvicino, prendendogli il volto tra le mani. «Ricordati di noi, Liam Adreci. Io non sono pronta a rinunciare a quello che avevamo. Vestiti» gli dico poi, «usciamo.»

So che vorrebbe replicare, ma qualcosa nel mio tono deve convincerlo perché dopo appena dieci minuti è pronto per uscire. Rimaniamo in silenzio mentre ci allontaniamo dall’hotel, mentre chiamo un taxi e gli chiedo di portarci dove possiamo vedere Roma dall’alto. Lui ammicca e, dopo poco, ci lascia davanti a un giardino nei pressi del Circo Massimo.

«Il giardino degli aranci» spiega, come se poi spiegasse davvero qualcosa, ma non importa, perché è deserto e perfetto. Roma è davvero ai nostri piedi.

Imprevedibilmente, dopo qualche minuto di silenziosa contemplazione, è Liam a parlare per primo. «Mi dispiace, Isabella. Non penso tu sia mediocre. Al contrario. Sei la persona più brillante che abbia mai conosciuto, una persona che sono fiero di poter chiamare moglie.»

«Ma allora perché…»

«Perché non siamo più felici, non lo siamo da tempo. Io non lo sono e la mia infelicità sta trascinando a fondo anche te, anche noi.»

Credo sia il discorso più sincero e schietto che gli abbia sentito fare dai tempi della dichiarazione d’amore.

«E cosa posso fare per renderti di nuovo felice?»

«Tu? Tu nulla. Ma vivere con te sta diventando il manifesto dei miei fallimenti e lo so, lo so¸è una cosa orribile da dire: tu meriti il mondo, Isabella, e io non sono in grado di dartelo.»

Questa strada non ci porta da nessuna parte. «Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Se potessi scegliere cosa fare delle tue giornate, Liam, cosa faresti? Dimentica El Paìs e i servizi in giro per il mondo, perché quello non ti rende più felice. Cosa vorresti fare davvero?»

Scuote il capo, respira a fondo, più volte. «Scrivere. È tutto ciò che sono sempre stato, tutto ciò che conosco. Ma scrivere quello che voglio io.»

«Fallo, allora.»

«Non è facile…»

«Perché no? Cosa ti trattiene lì? Hai dimostrato a tutti quanto vali, non devi più dar conto a nessuno se non a te stesso. Non sei felice, Liam, e questo sta distruggendo te e sta distruggendo noi. Vuoi davvero che finisca? Vuoi davvero una pausa?»

«No» mi risponde dopo qualche minuto di silenzio, «ma so di non essere l’uomo che meriti.»

«Oh, smettila. Non è da te fare il martire, Liam Adreci» esclamo, alzandomi di scatto. «Lascia il giornale, scrivi qualsiasi cosa tu voglia.»

«E mi vorresti comunque?»

Ecco, questa domanda davvero non me l’aspettavo. Né il suo sguardo perso.

«Stai scherzando, spero. Liam, io mi sono innamorata di te come uomo, non del giornalista. Anzi, no, non è vero, prima ancora che di te mi sono innamorata delle tue parole e quelle, Guillermo Ramon Basil Adreci Knight, restano sempre, qualsiasi cosa tu scriva. Io voglio solo che tu sia felice, e voglio ritrovare quel folle amore che ci ha unito anni fa. E mi dispiace se la mia carriera ti ha fatto mancare la terra da sotto i piedi, ma non c’è un solo motivo al mondo per cui tu debba rimanere incastrato in una realtà che non ti fa bene.»

Liam si alza e, lentamente, mi raggiunge.

«Mi spieghi perché siamo dovuti venire fin qui per fare finalmente un discorso onesto?» gli chiedo.

«Perché bisogna toccare il fondo per poter risalire… e non dico che sarà sempre facile, perché non lo sarà, ma non voglio perderti, signora Adreci.»

Sorrido mentre mi abbraccia, ritrovando, per la prima volta dopo troppo tempo, l’uomo che amo.

«E poi perché Roma a Natale è magica,» aggiunge, «e io vorrei tornare in hotel, perché quelle fragole mi hanno fatto tornare in mente un paio di cose.»

Scoppio a ridere, alzandomi sulle punte per baciarlo. «Era esattamente quello lo scopo.»


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Seconda novella di Natale... se volete leggere come tutto è iniziato, tra Isabella e Liam, trovate "Abbastanza da tentarmi" su Amazon, edito da More Stories.


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