• Leila Awad

Estate - terzo racconto di Natale

Fa un caldo terribile a Speedway, Indiana, nonostante l’estate sia finita da qualche giorno e vorrei andare a bere qualcosa ma la sola idea di avvicinarmi ad un chiosco, tra tutte quelle persone vestite da cowboy come nei peggiori cliché, mi fa venire il mal di testa.

Odio essere qui e, al tempo stesso, non c’è un altro posto al mondo in cui vorrei essere. Il motivo? Mi sta venendo incontro con la tuta da pilota abbassata in vita e lo sguardo torvo che pare faccia impazzire le ragazze.

«Ehi» esclama, dando le spalle alla folla che ci circonda per guardarmi negli occhi; so perché lo fa, sta cercando di estraniarsi dal circo che da giorni lo asfissia, dalle aspettative altissime e, soprattutto, da suo padre, che gli sta alle calcagna. Sembra furioso e questo, lo so, non promette niente di buono.

«Ehi» replico.

«Andiamo via di qui» mi dice, poi mi prende per un braccio e si fa largo tra la folla fino ad arrivare al box della AT Racing Team, la nostra casa per le prossime settimane, qui e in Giappone.

«Niccolò, fermati.»

La voce alle nostre spalle ci fa gelare, vedo i pugni di Nico chiudersi e aprirsi convulsamente e, quando finalmente si gira, i suoi occhi chiari sono talmente furiosi da farmi quasi paura.

«Cosa vuoi?»

«Del rispetto, innanzitutto, ragazzino.»

«Rispetto? E quello tuo per me dove lo hai lasciato?»

Nel box tutti si sono fermati e ci stanno guardando. «Sentite, perché non andiamo altrove?» provo a dire, ma Ernesto De Santis mi tacita immediatamente.

«Tu stanne fuori, la cosa non ti riguarda. Non so neppure perché sei qui.»

«Perché io l’ho voluto qui» replica il figlio, «ed è più di quanto possa dire di te.»

Ok. Sono abituato alle discussioni che degenerano rapidamente, ma così è troppo persino per loro, così, ignorando il padre, trascino via il figlio. Nico è fuori di sé e, quando finalmente ci chiudiamo in una stanza, ci metto un po’ a calmarlo.

Solo a fatica riesco a scoprire che, davanti ai giornalisti, Ernesto De Santis si è messo a discutere alcune scelte della AT Racing Team e a ripetere, più e più volte, che loro non sono abbastanza per il figlio e che dovrebbero sostanzialmente baciare la terra su cui cammina.

Rabbrividisco. So che Ernesto vive per questo momento da tutta la vita, ma questo…

«È il delirio di un pilota fallito» esclama Niccolò, «a volte credo mi odi.»

A volte lo credo anche io. Ernesto, appassionato di corse, correva con i kart ed era convinto di avere del potenziale per arrivare in Formula 1 e quando è stato chiaro che così non era è entrato in una spirale di rabbia e depressione che lo ha portato, alcuni anni dopo, a riversare tutte le sue aspettative su quell’unico figlio. E il caso ha voluto che Niccolò fosse bravo, incredibilmente bravo, e adesso sta facendo il suo debutto su una macchina di Formula 1 per le ultime due gare del campionato, sostituendo il pilota titolare, infortunato. È un sogno che si realizza, è un primo passo per arrivare finalmente nella massima categoria da titolare… È il suo momento, ma Ernesto non ha alcuna intenzione di lasciarglielo. Anzi.

«Nico, devi calmarti… sai che succede altrimenti.»

Il mio amico finalmente si siede e si prende la testa tra le mani. Talento incredibile, con un enorme tallone d’Achille, quel padre le cui scenate gli fanno completamente perdere la bussola. Nico è nato per essere un campione, ma è anche inaffidabile ed è la ragione per cui non sarà in Formula 1 il prossimo anno: possono scommettere su di lui per qualche gara, a mondiale finito e titoli assegnati, ma non per un’intera stagione.

Nel suo lavoro, nella sua vita – che poi sono la stessa cosa - gli alti sono picchi altissimi, è giovane ma con una buona vettura sarebbe difficile da battere anche per i più veterani, ma i bassi sono… bassissimi. Incidenti. Errori. Risse.

È per questo che sono qui, nonostante odi vederlo gareggiare per il terrore che qualcosa possa succedergli, che possa morire davanti ai miei occhi e io non possa impedirlo: sono qui per provare a tenere in linea quella bussola, per fare in modo che il nome di Nico De Santis possa brillare e non diventare solo una meteora da dimenticatoio.

«Ehi» mi inginocchio davanti a lui e lo costringo a guardarmi. «Adesso stammi a sentire. Hai fatto un lavoro incredibile nelle prove libere…»

«Anche quando per poco non sono andato a sbattere sulle barriere?» replica, amareggiato.

«Ma non lo hai fatto. E oggi ci sono le qualifiche e nessuno si aspetta che tu arrivi chissà dove, ma devi dimostrare quello che sai fare, Nico. Per favore… Questa» continuo, allargando le braccia, «è la tua vita.»

Perché è vero, Ernesto lo ha messo su una macchina da corsa, ma Niccolò ama correre. È quello che fa meglio. È quello che è.

Bussano alla porta, ma entrambi lo ignoriamo. «Vai lì fuori, Nico, e mostra a tutti cosa sai fare.»

Sorride e so di essere riuscito a tranquillizzarlo, almeno per ora, e alla fine delle qualifiche conquista il tredicesimo posto: sono tutti senza parole – tranne me.

Tredici su ventidue, al primo Gran Premio e con una macchina che oltre quel punto non gli avrebbe permesso di andare. Brilla, quando scende dalla vettura, perché sa di aver mostrato a tutti cosa sa fare e a me esplode il cuore di orgoglio.

Conosco le macerie che ha provocato arrivare qui: una famiglia distrutta da un padre ossessivo e una madre contraria a questo futuro per il figlio, una passione che ha assorbito tutto il resto, un cuore buono ma troppo spesso maltrattato.

Niccolò De Santis è un sole e io voglio assicurarmi che la sua estate non finisca mai.

Lo osservo da lontano, mentre i meccanici gli si avvicinano per congratularsi e io lo so, lo so, che potrebbe diventare una leggenda; è ancora giovane, siamo ancora giovani, ma me lo immagino benissimo tra quindici anni, pluricampione del mondo, osannato ovunque.

Se solo…

«È bravo, più che bravo. Se solo…»

La voce al mio fianco sembra dare forma ai miei pensieri; rimango un attimo incantato a guardarla, perché è una bellezza che non si vede tutti i giorni, incredibile persino in una tuta che probabilmente mortificherebbe chiunque. Non lei, però.

«Sono Evelyn Potter» mi dice, tendendomi la mano.

«Potter come…?» chiedo, indicando il box blu a due passi. La Scuderia che ha quasi vinto il mondiale quest’anno, perdendolo per una manciata di punti.

«Sì» mi risponde, «Potter come. Anche se io sono una Potter acquisita… ho sposato uno dei capi.»

Non c’è malizia, né sfida, né altro, nel suo tono. Solo una donna che evidentemente non ha bisogno di nascondersi o fingere, sicura com’è di sé e mondo che ha costruito.

«Ho una figlia più o meno della sua età, la vostra età immagino, che muore per i motori. Mio marito vorrebbe facesse tutt’altro, all’università, ma lei si è messa in testa di studiare ingegneria.»

Sorrido. «Degna figlia di sua madre» replico.

C’è qualcosa di malinconico nel suo sguardo quanto torna a guardare Nico. «A volte noi genitori possiamo essere il fardello più grande dei nostri figli» continua. So a cosa si riferisce senza neanche che abbia bisogno di nominarlo.

«Il tuo amico può fare grandi cose, ma nessuno gli darà una possibilità se non diventerà più affidabile.»

«Lo so. Lo sa» rispondo.

Lei annuisce. «Spero davvero di vederlo in Formula 1 tra due anni» mi dice. «Non con noi, abbiamo i piloti sotto contratto per qualche altro anno, però, chissà, magari prima o poi… la Potter si abbinerebbe bene con quegli occhi» commenta alla fine, riacquistando un tono allegro. «Vai da Fischer» aggiunge.

«Fischer? Perché?»

Non mi risponde e si allontana, leggera com’è arrivata. E allora decido che è ora di agire, decido di fidarmi. In fondo, cosa ho da perdere?


Fischer è un pilota tedesco prossimo al ritiro, che vive non molto distante da dove Nico si appoggia quando lavora con l’attuale scuderia, in Svizzera; lo intercetto mentre torna in hotel, facendomi largo tra la folla.

«Signor Fischer, posso parlarne?»

«Vuoi un autografo, ragazzo?»

«No, io… grazie, ma vorrei parlarle di De Santis.»

«De Santis?» replica, quasi infastidito.

«Evelyn Potter mi ha detto di venire da lei» butto fuori d’un fiato.

Sembra la parola magica e basta a farlo fermare. «Evelyn Potter, eh?» replica, poi mi prende per un braccio e entriamo in hotel, lontano da orecchie indiscrete.

«Mi chiamo Stefano Gallo» spiego, «De Santis è il mio migliore amico. La signora Potter… stavamo parlando poco fa, mi ha detto di venire da lei.»

«Ottimo pilota, il tuo amico, uno dei migliori che abbia mai visto in ventidue anni. Ma se non si dà una calmata non arriverà mai in Formula 1.»

«Lo so. Lo sappiamo tutti. Cosa posso fare?»

«Convincilo a mandar via il padre, a trovarsi un vero agente. Ah…» esclama e il suo sguardo si accende di divertimento. «Potter, Potter… una più del diavolo. Allan Bauer, il mio agente, si ritroverà senza lavoro alla fine della prossima gara. È un omone di quasi due metri dal cuore enorme. Potrebbero essere una grande accoppiata, in effetti. Gliene parlerò» conclude.

«Grazie, signor Fischer. Grazie» gli dico, tendendogli la mano. Non so chi sia questo Bauer ma, per qualche strano motivo, mi fido di quest’uomo e mi fido di Evelyn Potter.

Non ne faccio parola con Nico, ovviamente, quando lo raggiungo.

«Dov’eri finito?» esclama immediatamente, poi mi abbraccia. «Hai visto, Ste? Hai visto che giro pazzesco, mi sono sentito così… invincibile. Hai visto?» mi chiede ancora, incapace di fermarsi. Mi chiedo quanto ancora stia andando veloce il suo cuore. «Facciamoci una foto! Bisogna immortalare il momento.»

E sorride. Il casco sotto un braccio, me dall’altra parte.


«Ragazzi, venite a darmi una mano!»

La voce che ci chiama è quella di mio padre, dalla dispensa del bar che la mia famiglia ha acquistato dopo che i miei si sono sposati; è nel centro di Roma, a due passi dal fiume Tevere e, per qualche strano vezzo di mia mamma, arredato in stile anni ’50. Alla parete dietro al bancone sono appese diverse foto che ritraggono personaggi famosi passati di qua e, da qualche giorno, anche quella che io e Nico ci siamo fatti fare al suo debutto, un paio di mesi fa, al posto d’onore.

«Ragazzi, se non mi date una mano non arriveremo mai in tempo per la cena e Annalisa ci ucciderà tutti.»

Scoppiamo a ridere, poi andiamo ad aiutare papà a chiudere tutto, già pregustando il banchetto della Vigilia che mia madre sta preparando a casa.

«Pa’, facciamo un giro e arriviamo, ok?»

Lui annuisce e si allontana, mentre io e Nico rimaniamo a passeggiare per il centro di una città decorata a festa, tra turisti e romani.

«Ti va di arrivare al Priorato?» mi chiede a un certo punto, mentre percorriamo via del Corso.

«Certo» replico e chiamo un taxi. Potremmo arrivarci a piedi ma è una bella camminata e ultimamente mi stanco facilmente, mentre così in qualche minuto siamo a destinazione, davanti al Priorato dei Cavalieri di Malta, sull’Aventino. Uno dei nostri posti preferiti a Roma e, se possibile, in tutto il mondo. Se si spia dalla serratura dell’enorme portone si può vedere, oltre il magnifico giardino, la cupola di San Pietro, così vicina che sembra quasi di poterla toccare.

«Allan dice che, anche se è presto per dirlo, al 99% nel 2004 dovrei avere un sedile fisso in Formula 1» dice dopo un po’, mentre siamo seduti a terra a condividere una birra rubata al bar.

«Non ne ho dubbi» replico.

«Tu ci sarai? So che lo odi, ma…»

Ma sono tutto ciò che gli resta. Durante l’ultimo Gran Premio ha fatto un errore idiota ed è andato a sbattere, portando con sé altre due macchine. Neanche a dirlo, aveva litigato con Ernesto appena prima di salire sulla vettura. Fortunatamente ne sono usciti tutti illesi, ma è chiaro che è proprio il comportamento che le scuderie non vogliono. Allan Bauer, con cui Nico aveva parlato alla fine del Gran Premio degli Stati Uniti, giacché Fischer era stato di parola, lo ha preso da parte e gli ha detto chiaro e tondo che poteva puntare al massimo, ma avrebbe dovuto abbandonare l’influenza tossica del padre. E Nico lo ha fatto. Ha licenziato suo padre. Non che Ernesto lo abbia accettato senza battere ciglio, anzi, ma dopo che Allan ha minacciato di ottenere un ordine restrittivo nei suoi confronti, è sparito dalla circolazione, livido di rabbia. Non sappiamo dove sia. E così Nico passa le feste di Natale con noi e credo di non averlo mai visto così felice, così sereno. Questa mattina alle sei impastava i biscotti di pan di zenzero con mia mamma, mentre le prometteva che, per festeggiare il primo contratto, la porterà a Parigi, a passeggiare sugli Champs-Élysées. Nico è così, fa il duro, il bello e dannato, ma alla fine è solo un bimbo smarrito in cerca della sua Wendy.

«Non me lo perderei per niente al mondo» replico. «Hai sentito tua mamma?»

«Questa mattina, ti saluta e ringrazia i tuoi.»

È a Milano da un paio di anni ormai; non si sono mai capiti del tutto, loro due, e credo, purtroppo, che non si manchino particolarmente. Nico avrebbe potuto raggiungerla, ma alla fine ha preferito rimanere qui, come è già capitato altre volte. Personalmente, in maniera molto egoista, ne sono felice.

Presto, troppo presto, dovrò dividerlo con il mondo e io sarò solo l’amico secchione, silenzioso, del magnifico De Santis.

Ma mi sta bene.

Quando arriviamo la casa profuma di cioccolata, l’enorme albero è pieno di pacchetti – molti dei quali portati proprio da Nico – e la tavola è imbandita: ci siamo noi, i miei nonni e la sorella di mio padre con il marito e come sempre il mio amico tiene banco e strega tutti, come solo lui sa fare. Civetta con mia nonna, fa i complimenti a mia mamma, parla di motori con mio padre e mio zio.

Alla fine, strapieni di cibo, ci buttiamo sul divano.

«Pensa quando verrò a trascorrere il Natale a casa tua, con tua moglie e i tuoi figli. Adoreranno lo zio Nico.»

Scoppio a ridere. «Ovviamente. Lo zio super pilota di Formula 1, chi potrebbe competere? Io sarò nessuno al confronto.»

Mia nonna ci porge l’ennesimo pezzo di panettone ripieno di crema e nutella e noi, ovviamente, non lo possiamo rifiutare. Papà è partito con le canzoni di Natale, credo sia ubriaco.

«Allora sarà mio compito spiegare loro che papà magnifico hanno e quanto siano fortunati» replica. «E quanto sia fortunato io, e quanto il loro papà mi abbia tenuto in piedi quando pensavo di non poterlo fare. Qualsiasi cosa sarò in futuro, Ste, chiunque sarò, sarà grazie a te» conclude.

Poi, per nascondere gli occhi lucidi, inizia a fare il pagliaccio, come sempre, per non dover gestire le emozioni. Si mette al pianoforte e strimpella sonate natalizie, con mio padre che balla con mia nonna e mia mamma che lo accompagna cantando.

E so che se l’intero mondo scomparisse ora, qui, lo farebbe in un momento di perfetta bellezza.

Che la tua estate non finisca mai, amico mio.


*.*.*.*.*.*.*.*.*.*.*

Lo so, avevo promesso leggere storie di Natale, e invece... forse è l'anno che sta finendo, che ha portato con sè tanti pensieri. Ma amo il Natale e spero che un po' della sua magia arrivi anche così.

Se volete sapere se Nico De Santis è riuscito ad arrivare in Formula 1, "e ogni corsa è l'ultima" è disponibile su Amazon in ebook (in promo a 0.99 euro fino all'Epifania o su unlimited) e cartaceo.

Se invece lo avete già letto, ma non vi ricordate di quella foto scattata al debutto... Capitolo 12.

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