• Leila Awad

Caliburn

Chicago 1921

Quando era entrato al Roses per la prima volta, Lan non aveva idea di cosa avrebbe trovato.

Nella Londra che si era lasciato alle spalle la vita sembrava essere ripresa simile, benché non uguale, a prima della guerra; in quello che era stato il suo mondo, fatto di titoli altisonanti e circoli sportivi, con la impassibilità che da sempre li contraddistingueva, i nobili avevano ripreso la loro vita nell’ozio e nella comodità, senza più divise, sfollati e malati da curare.

Vi era rimasto due anni, sistemando gli affari di una famiglia ormai priva dei suoi rami più giovani, spezzati dall’impietoso conflitto al punto da rendere lui, il cugino americano, l’unico erede del vecchio patriarca. Quell’imponente castello, però, tanto antico quanto decadente, non faceva per lui.

Alla fine si era spostato vicino Parigi, quasi isolato dal mondo, nell’antica villa dei nonni materni, a godersi la bellezza della campagna francese e delle lunghe giornate in riva al lago.

Ma Lan era americano, fin nel midollo, e così, dopo otto mesi, aveva impacchettato per l’ennesima volta i suoi pochi averi ed era tornato a Chicago, sentendosi per la prima volta, dopo tanto tempo, a casa.

Il Roses prima della guerra non esisteva e in quell’America del proibizionismo era l’ennesimo, ma probabilmente il più bello, locale clandestino.

Luci ed ombre si susseguivano quasi in una danza, specchio di quel mondo che voleva risplendere, accecandosi di luce per non vedere l’oscurità e dimenticandosi che all’una corrisponde inevitabilmente l’altra. Era un mondo che Lan capiva, ma di cui non si sentiva parte, nonostante tutto.

Una coppia gli passò accanto urtandolo e lasciandosi alle spalle una scia di profumo costoso, forse Chanel, così all’ultima moda. Un cameriere gli porse una coppa e lui bevve, quasi senza pensare.

Champagne. Costoso, frizzante, dorato champagne... aveva un sapore più buono, in quel lato dell’oceano. Tutto lo aveva.

Il fumo di sigari e sigarette rendeva tutto ovattato, ma anche attraverso quella nebbia finta l’avrebbe sempre trovata: indossava un abito blu e sedeva da sola, con i capelli color oro che le cadevano morbidi sulle spalle e gli occhi chiari fissi sulla cantante sul palco. Nessuna sigaretta tra le se dita, nessuna piuma tra i suoi capelli: non aveva bisogno di atteggiarsi, non aveva bisogno di dimostrare alcunché.

Le andò incontro lentamente e in quel momento lei si girò, sorridendogli con quelle labbra laccate di rosso, con quello sguardo enigmatico che lo aveva attratto sin dal primo istante.

«Siete in ritardo.»

Non vi era rimprovero in quell’affermazione, ma solo una nota di divertimento.

«Son stato trattenuto.»

Le offrì il bracciò e la portò in un angolo discreto della pista, dove poter ballare, lontano dalle luci, celati tra le ombre. Era il medesimo rituale che si ripeteva da tre giorni, da quando una risata di donna gli era entrata senza preavviso nel petto e, quando si era voltato, aveva visto lei, bella tra le belle. Una regina in una corte adorante.

L’aveva invitata a ballare e, contro ogni previsione, lei aveva accettato. Non le aveva chiesto il nome, né lei aveva domandato il suo, eppure con lei si sentiva in pace e nudo, spogliato di ogni riserbo.

Ironico, per una spia. Aveva imparato l’arte del segreto, aveva indossato mille identità rispondendo a nomi sempre diversi, ma a lei avrebbe rivelato qualsiasi cosa.

«Siete un puzzle difficile da leggere, mio caro amico. Posso definirvi amico?»

Lan sussultò. Gli aveva letto nel pensiero?

«Certo che potete, ma io non sono affatto difficile da comprendere.»

«Eleganza inglese e fascino francese sporcati da una certa schiettezza tutta americana... ma non è solo questo.»

Allargò il braccio, abbracciando la sala. «Non li vedete, tutti affannati a far finta che nulla sia mai successo? Voi no, non vi sforzate neppure di fingere di non essere stato in guerra.»

«Perché dovrei? Non me ne vergogno.»

«Neppure loro, ma vogliono dimenticarlo, vogliono illudersi di essere immortali.»

Si riscosse, quasi pentendosi di essersi lasciata trasportare dall’emozione e Lan si ritrovò a fissarle la linea del collo, immaginando un rivolo di champagne scorrervi sopra, per sparire nella scollatura.

Da giorni l’idea di quella donna lo tormentava, togliendogli il fiato per il desiderio di possederla, nel corpo e nell’anima, di perdersi in lei e trovare finalmente qualcuno da cui tornare, alla fine.

Ma lei era sposata, e non sembrava una vedova di guerra. La vera dorata era lì, visibile anche sotto i guanti, ma quando ballavano non esistevano che loro, in una perfezione tale da dargli la sensazione di sfiorare la pazzia.

Non gli era mai successo prima, eppure aveva trascorso molti anni in gioventù nella licenziosa Parigi; il sesso era entrato nella sua vita molti anni prima e le donne disposte ad accontentarlo non erano mai mancate, qualcuna aveva persino pensato che lo avrebbe sposato, ma lui non aveva mai incontrato la donna che gli facesse desiderare di tornare.

Tornare dalla guerra. Tornare da quelle missioni suicide che gli venivano assegnate.

Tornare e basta.

La donna non era mai arrivata.

Paradossale provare lo struggente desiderio di addormentarsi e svegliarsi per il resto della vita con una donna di cui non conosceva neppure il nome e che mai sarebbe stata sua.

Lo destabilizzava e, al contempo, ciò che provava per lei sembrava l’unico punto fermo della sua vita dall’ ingombrante passato e dall’incerto futuro.

«Andiamo via.»

Lei lo guardò e sorrise. «Non posso.»

«Vi prego.»

«Non posso.»

Sembrava serena, ma a Lan parve di cogliere, o forse volle farlo, una nota di amarezza, di rimpianto.

«Siete felice?»

«Se siete la persona che credo voi siate, sapete quando difficile sia questa domanda.»

Lei lo comprendeva, come mai nessuna donna aveva fatto. Lei lo completava.

Quasi rise. Era sopravvissuto alla guerra solo per morire d’amore per una donna.

Il suo profumo, la linea sinuosa dei suoi fianchi.

«Potrete mai?»

«Lancelot Du Lac! Lan!»

L’uomo sobbalzò. Quella voce. Conosceva quella voce, l’avrebbe riconosciuta ovunque!

«Athur Pendragon!» esclamò prima ancora di voltarsi. «Capitano!»

L’uomo lo abbracciò, con uno slancio che poco si addiceva ad entrambi ma che Lan ricambiò con affetto. Aveva servito sotto il suo comando e insieme avevano visto la morte in faccia molte e molte volte. Sotto il completo impeccabile sapeva esserci la cicatrice di un colpo che quasi lo aveva ucciso, nel Canale di San Quintino, il 1° ottobre 1918. Quasi istintivamente strinse la mano sinistra, la stessa con cui gli aveva tamponato la ferita finché i soccorsi non eran giunti; i medici gli avevano detto che quel gesto probabilmente aveva fatto la differenza tra la vita e la morte, ma Lan non aveva pensato, in quei momenti, a ciò che faceva.

«Di tutte le persone che avrei potuto pensare di incontrare, Lan, siete l’unica che ho davvero piacere a rivedere. Ma avete conosciuto mia moglie? Gwenevere, mia cara, a quest’uomo devi la mia vita.»

Il cuore si fermò nel petto di Lancelot, e vide anche la donna sbiancare. Nei suoi occhi lesse lo stupore, il rimoso e qualcosa di ancora più profondo, qualcosa che lo ferì e commosse profondamente.

«Mr. Du Lac, vi sarò eternamente grata per avermi restituito mio marito.»

Fu la prima volta che percepì nettamente un’emozione provenire dalla donna, sempre così sfuggente. Una donna innamorata, una moglie riconoscente.

La moglie di un altro, di un uomo che aveva imparato a rispettare ed amare a sua volta. «Sono io che devo a vostro marito la vita, mia signora. Il colpo che lo ha ferito era diretto a me.»

Arthur si intromise, discreto e sorridente. «Ti credevo a Londra.»

«Sono rientrato, l’inattività non fa per me.»

Vide il capitano studiarlo per un istante e fece altrettanto: era sempre bello, Pendragon, e tanto biondo almeno quanto lui era scuro, ma erano entrambi alti e con gli occhi chiari al punto che spesso li avevano scambiati per fratelli.

«Ero a Washington fino a questa mattina, ho avuto l’incarico di formare una squadra di aviatori, solo uomini fidati per un progetto ambizioso. Ci sarà un’altra guerra, Lan, e io voglio essere pronto.»

Comprese allora perché quei due si amassero. Nessuno dei due chinava la testa, nessuno dei due si nascondeva. Anime affini, affini anche a lui.

«Ho già fatto domanda per rientrare nell’esercito stabilmente.»

«Non ti offendi, vero, se ti dico che me lo aspettavo?»

Il sorriso sincero e aperto di Arthur lo aveva sempre spiazzato: in un mondo di maschere, sembrava l’unico a viso scoperto.

«Unisciti a me e ai miei cavalieri. Ho bisogno del mio braccio destro, Lan. Vieni a cena da noi domani, ci saranno tutti.»

Tutti. Gli uomini di Caliburn, distinti da una foglia di lucente acciaio che nascondevano sotto la pelle, come una collana.

Gwenevere, rimasta in silenzio fino a quel momento, sfoggiò il suo sorriso migliore.

«Assolutamente, signor Du Lac. Dovete!»

Fu tentato di negarsi, tanto era il senso di colpa per ciò che provava per Gwenevere... Smaniava dal desiderio di pronunciare ad alta voce quel nome e al tempo stesso lo temeva.

Sarebbe dovuto fuggire lontano da loro, ma Arthur Pendragon era una delle poche persone che stimasse e a cui fosse sinceramente legato.

E l’aviazione... la seconda guerra la si sarebbe combattuta in cielo, lo sapeva, e lui voleva esserne parte.

«Sarà un onore, Capitano.»

«Ti prego, Lan. Sono Arthur, per te. Solo Arthur.»

Si allontanò poco dopo, portando con sé la moglie e il suo profumo, lasciandolo immobile e annichilito a fissare l’uomo che adorava e la donna che avrebbe potuto amare.

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La corte del Sole

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