• Leila Awad

Natale a Parigi

Aggiornamento: 11 dic 2021

Dicembre 1667

La missiva era proprio lì, davanti a lei. Una lettera dall’apparenza innocua, che celava trame e progetti di guerra: doveva leggerla e memorizzarne il contenuto, ma non aveva più tempo.

La piccola clessidra appesa alla cintura le suggeriva di scappare rapidamente, le avevano dato cinque minuti, non uno di più, e già sentiva i passi oltre la porta chiusa. L’avrebbero vista, ma riuscire ad entrare nella stanza era stato più ostico del previsto e il tempo le era sfuggito tra le dita.

La lesse, la rilesse, imponendo alla sua memoria di collaborare: trascriverla sarebbe stato più agevole, ma pericoloso, e rubarla non era assolutamente una possibilità.

Uscì nel terrazzino nell’esatto momento in cui la porta si aprì. Una folata di vento fece volare tutte le carte, dandole più tempo. Udì una voce alzarsi contro una cameriera, rea di aver lasciato la finestra aperta, e le si strinse il cuore all’idea delle possibili conseguenze, ma era il diversivo che le serviva per potersi calare lungo l’albero senza che a nessuno venisse in mente di guardare fuori. Era inverno, la neve cadeva appena ma il clima, ad Amsterdam, era troppo freddo perché chiunque si avventurasse nei giardini.

«Ce l’hai fatta? Cos’è successo?»

Martine Mistral si sistemò le gonne e prese il mantello che l’uomo le stava porgendo. «La porta aveva una chiusura impossibile, il duca deve essere decisamente paranoico.»

«Quasi impossibile.» La ragazza sorrise, annuendo. Impossibile per molti, ma non per lei.

Mentalmente, ancora una volta, ringraziò chi le aveva insegnato tutto quello che sapeva sulle serrature.

Chissà dov’era, Baudoiun. L’ultima volta si erano incrociati a Milano, molti mesi prima: in ogni viaggio, Martine cercava la locanda del Fagiano Ubriaco, nella speranza che le rispettive peregrinazioni li avessero portati nello stesso luogo.

Si concesse solo un attimo per pensare al locandiere, poi lo chiuse nuovamente in un angolo della mente: la missione non era ancora finita e non potevano permettersi distrazioni.

«Sta arrivando qualcuno.»

La voce di Marc le giunse secca nel silenzio di quell’angolo dei giardini e immediatamente udì i passi concitati del piccolo esercito del loro ospite che si metteva in moto: con ogni probabilità, dopo aver constatato che non mancava nulla, si sarebbero dimenticati di quella finestra lasciata aperta, ma il duca avrebbe comunque fatto verificare l’eventuale presenza di estranei o di anomalie e la loro presenza in giardino, con quel clima, rientrava di diritto in quella seconda categoria.

A meno che…

Reagirono nello stesso istante, seguendo un copione già provato numerose volte: le labbra di Marc cercarono le sue, le sue mani si strinsero sulla sua vita mentre lei gli afferrava il bavero della giacca, avvicinandolo a sé. Tremò e lo sentì tremare, mentre Marc le schiudeva le labbra mordendola appena. D’istinto allargò le gambe, permettendogli di avvicinarsi ancora di più, facendo combaciare i corpi e rimanendo entrambi senza fiato.

Un lieve tossire li fece allontanare.

«Miss Elizabeth, scusatemi.»

Martine si voltò verso il capo delle guardie, fingendo un perfetto accento inglese.

«Vi scuso se promettete di mantenere il segreto.»

«Ovviamente» rispose quello, con un sorriso complice. Martine si era presentata come la fidanzata di un vecchio nobile fiorentino, che si stava recando dalla natia Inghilterra a Firenze per il matrimonio, facendo qualche tappa intermedia. Marc era, ufficialmente, Lorenzo, fratello del promesso sposo. Sembrava che quella storia alla Tristano e Isotta suscitasse simpatie ovunque andassero.

«Avete visto qualcuno passare di qui?»

«No, nessuno. È successo qualcosa?» aggiunse, fingendosi spaventata.

«No, state tranquilla. Ma vi suggerirei di tornare a casa, signora.»

Marc annuì. «Potete mandare qualcuno ad avvisare i miei uomini? Saranno probabilmente perdendo soldi che non hanno.»

Quello annuì e sparì nella notte. Solo allora Martine si voltò verso Marc, e lesse nei suoi occhi l’ormai familiare tormento, che la costrinse a chinare il capo e distogliere lo sguardo.

Avevano ipotizzato molte volte di far recitare quei ruoli a un altro dei ragazzi, ma l’idea che Raoul, Victor o André potessero condividere con lei quell’intimità era insopportabile per entrambi, ancora di più di quei momenti in cui si appartenevano, senza farlo davvero.

Un istante dopo, comunque, Marc aveva ripreso possesso di se stesso, di nuovo perfettamente calato nella parte che stava interpretando. Due anni lo avevano reso un attore impeccabile. Due anni gli avevano tolto la voglia di continuare a ripetere la stessa domanda, per la quale lei non aveva mai una risposta.

«Andiamo, non ci resta nulla da fare qui.»


A casa, Victoria la aspettava con abiti caldi, tè ai frutti rossi e un plico di lettere; aveva conosciuto la ragazza un anno prima a Londra, a corte di re Carlo, e aveva deciso immediatamente di prendere con sé quella cameriera, apparentemente timida e invisibile, che però era riuscita a mettere in riga i moschettieri del re.

«C’è una lettera dalla marchesa, signora.»

Seduta sul letto avvolta in caldi scialli Martine ignorò tutto il resto per leggere la missiva profumata di gelsomini.

Sorrise a Victoria mentre rompeva il sigillo.

«Guai in arrivo.»

Nonostante la scrittura lieve ed elegante, le lettere di Lucrezia avevano sempre il potere di terrorizzarla. «Fai i bagagli» commentò dopo alcuni istanti, con un sospiro. «Temo seriamente per la vita di tutti noi se non saremo a casa per Natale. E ricordati il carillon che abbiamo preso a Modena» aggiunse, rileggendo la conclusione della lettera.

*** Tornare a Parigi era sempre bello. Quella città, che le era stata incredibilmente stretta quando era costretta a viverci, aveva assunto il sapore romantico di un ritorno a ciò che le era caro, da quando passava il suo tempo in giro per l’Europa. La missione nei Paesi Bassi era stata un successo, aveva già parlato con il re ed era più che pronta a godersi qualche giornata di meritato riposo.

E per una volta sarebbe stato bello avere a che fare con bambini che erano davvero bambini e non adulti mai cresciuti; aveva affidato i quattro moschettieri ad Alexandre nel momento stesso in cui avevano messo piede in città, ben lieta di passare il testimone e riposarsi per un po’.

Sarebbe stata ospite di Lucrezia, che le aveva proibito di aprire la sua villa, imponendole di trascorrere quelle feste insieme, e dopotutto a lei non dispiaceva affatto; con il tempo si era creata tra loro una sintonia, una complicità che non aveva mai osato sperare.

Discutevano, litigavano, passavano giornate senza parlarsi e poi facevano pace, come tutte le sorelle. Ed era l’unica con cui lei si confidasse davvero.

Prima, però, fece fermare la carrozza in un quartiere popolare, da cui mancava da troppo tempo; era il 23 dicembre e, mentre camminava tra la neve, le sembrava quasi di sentire accanto a sé i fantasmi dei Natali precedenti, quelli che aveva vissuto da bambina, con i suoi genitori, proprio lì dove una giovane coppia stava coccolando il figlio appena nato, e poi, nei due anni precedenti, alla locanda de Il fagiano ubriaco. Era proprio lì, a due passi, ma aveva cambiato nome e non c’era più il bellissimo locandiere dal mantello colorato e appariscente che le aveva dato la spinta per cambiare totalmente la sua vita.

Quante volte si era reinventata, in vent’anni di vita?

La figlia, la cameriera, la dama di compagnia, la sorella, infine la spia. Mille volti, al punto che a volte le sembrava di non riconoscersi più.

C’erano solo due persone che le permettevano di non perdersi e una l’accolse in un magnifico palazzo vicino la Senna, gli occhi del suo stesso identico colore. Lucrezia l’abbracciò, poi la fece accomodare in un salottino dove si fecero servire il tè.

Quella sera avrebbero festeggiato il suo secondo anniversario del loro matrimonio, caduto qualche giorno prima, e anche, benché nessuno ne facesse menzione, dell’impresa all’Isola dei Fagiani.

«Clovis e Ottavia non ci saranno?» domandò mentre leggeva la lista degli invitati e, contemporaneamente, cercava di evitare i numerosi servitori che procedevano spediti con addobbi e argenteria.

«Sono a Venezia. Ottavia diceva di volerci tornare da mesi e hanno approfittato del Natale.

Ti mandano i loro saluti, comunque.»

Martine annuì. «E Danielle?»

Sua sorella non si scompose e solo un occhio attento come il suo colse il leggero scatto nervoso della mano destra.

Danielle era la donna che le aveva messe al mondo e che le aveva affidate ad altri, nel tentativo di salvare la loro vita. Lo avevano scoperto solo due anni prima, quando si erano ritrovati tutti, loro malgrado, a sventare un intrigo a corte e un attentato al trono. Era una donna buona, ma Lucrezia non era mai entrata in sintonia con lei: aveva lasciato entrare Martine nella sua vita, aprendole il cuore e la porta della sua casa, ma con Danielle era restia. La andava a trovare e la accoglieva in casa sua, era da sempre una presenza costante nella vita di sua figlia Louise, ma non erano mai entrate in confidenza.

Neppure con lei, a onor del vero, ma Martine aveva trascorso la maggior parte del tempo fuori Parigi, negli ultimi anni.

«Verrà stasera, con Delphine e il marito. Ho organizzato una cena nelle stanze dei bambini, ci saranno anche il Gran Delfino e la piccola Maria Teresa» le rispose, riferendosi ai figli dei sovrani, con cui Louise trascorreva molto tempo. Nessuna menzione dei figli di re Luigi e della sua amante ufficiale, la duchessa de La Vallière.

Rimasero un po’ in silenzio, a sorseggiare il tè, e Martine si ritrovò a pensare che, mentre loro avrebbero celebrato le festività con le persone care, due persone l’avrebbero trascorso in prigione o in esilio. E la loro presenza e assenza sembrava sempre aleggiare tra loro, quasi fossero spiriti.

Adrien de Lucas, loro padre. Isis, loro sorellastra.

«Sai nulla di…»

Lucrezia scosse il capo.

«In prigione. Non so altro di lui, né voglio saperlo. Piuttosto, che mi dici di re Carlo?» chiese poi, d’un tratto.

«Cosa vuoi sapere?»

«Dicono sia un bell’uomo, un libertino. Madame spesso lo paragona a re Luigi, con lo stesso debole per le donne.»

Martine distolse lo sguardo. «Sì, probabilmente.»

«Probabilmente?»

«Va bene, signora pettegola. Ha numerosi figli illegittimi e decisamente un debole per il genere femminile, con buona pace della sua amante ufficiale, Lady Castlemaine.»

«Madame la detesta, dice che ha troppa influenza su suo fratello.»

«Non tutti sono il tuo re Luigi, egocentrico e accentratore. A corte sono in molti ad essere convinti che la contessa controlli re Carlo, ma non mi sono fermata abbastanza in Inghilterra da poterlo confermare. Di certo, ha più influenza della regina Caterina, che non ho neppure mai visto.»

«Quindi è bello?»

«Sì, è bello» capitolò.

Dopo alcuni minuti di silenziose occhiate furtive e di sorrisi malcelati, Martine sbottò. «Cosa c’è?»

«Nulla.»

«La ragazza posò la tazza ed osservò la sorella. «Mi stai fissando. Cosa c’è?»

Lucrezia sorrise maliziosa. «Sei arrossita.»

«Non so di cosa tu stia parlando,» si schermì l’altra.

«Bugiarda. Re Carlo ti piace. Non ti biasimo, intendiamoci. Sono la prima a comprendere il fascino dei sovrani, ma non hai già abbastanza uomini a cui pensare? Il tuo locandiere dov’è, al momento?»

Martine si alzò di scatto, borbottando qualcosa su quanto la sorella sapesse essere esasperante. «Vado a prepararmi per la cena.»

«Ci sarà anche Marc!» le urlò dietro l’altra, con una nota decisamente divertita nella voce.


*** Nonostante gli anni passati non si era ancora abituata alla vita di corte; Lucrezia aveva organizzato un ricevimento in grande, come era nelle sue corde, e Martine si era ritrovata a cercare la tranquilla ombra di un balconcino, da cui poteva osservare il salone centrale senza essere vista.

«Anche tu sopraffatta dalla folla?»

La voce non la soprese: aveva sentito arrivare l’uomo già da alcuni minuti, nonostante si fosse mosso in silenzio. I suoi sensi erano istintivamente all’erta da quanto aveva intrapreso la strada scelta da re Luigi.

Sotto di loro, nel salone, Alexandre stava prendendo in braccio la figlia che, degna erede di sua madre, non aveva alcuna intenzione di andare a letto mentre era in corso una festa. «Non ho mai visto una coppia di sposi guardarsi così, probabilmente neppure i miei genitori» commentò l’uomo in un sussurro. «Lucrezia cambia completamente espressione quando ha il marito attorno.»

«Diventa umana» scherzò Martine.

Marc stava per rispondere quando, nell’improvviso silenzio, tuonò una voce.

«Dovete andare a letto perché ve lo ordina il vostro re, mia signora.»

Tutti si inchinarono, tranne le due figure nell’ombra e una, molto più piccola, al centro della sala, che osservava il re con il viso inclinato e le manine sui fianchi, affatto persuasa.

Il re rise, si piegò su un ginocchio ed estrasse dalla tasca un ciondolo d’oro raffigurante un piccolo sole.

«I miei figli stanno andando a dormire. Voi no? Neppure se ve lo chiedo per favore, Louise?»

La bambina si sciolse in un sorriso e, dopo una lieve spinta della madre, ringraziò il sovrano con un inchino e un bacio, chiuse nelle mani il ciondolo e seguì docilmente la sua balia.

«Dunque è venuto.»

«Dopo tutti questi anni, Martine, ancora non lo conosci? Alexandre è la sua ombra, Lucrezia è, beh, Lucrezia e lui la adora. In più, ricorda bene come due anni fa, in questi giorni, abbia rischiato di perdere tutto e sia stato salvato da voi.»

La ragazza sospirò, allontanandosi dal parapetto.

«Raggiungiamo gli altri?»

Marc parve voler dire qualcosa, ma tacque e seguì la ragazza lungo le scale. Il 23 dicembre era una giornata particolare per tutti loro ed erano combattuti tra il desiderio di rimanere soli con i propri ricordi e l’istinto di avere al proprio fianco qualcuno che comprendesse l’umore altalenante; avevano rischiato di perdere tutto, nell’impresa spagnola, il proprio nome, la propria libertà e persino la vita.

Sulla pelle di Lucrezia, ben celata dai vestiti, la cicatrice spiccava ancora, costante memento di quanto avessero davvero messo in gioco, per se stessi e per il re.

Victor e André sedevano ai tavoli da gioco, Raoul si era accomodato tra le dame della regina per poter passare del tempo con la sua innamorata e Martine li fissava divertita, chiedendosi se mai si sarebbero decisi ad ammettere quello che provavano; erano una coppia ben assortita, per Nina, figlia di un barone, un moschettiere di nobili origini e belle speranze era un buon partito e Raoul stravedeva per quella ragazza esile e delicata, che gli dedicava sorrisi innamorati.

«Se Raoul non si sbriga a chiederla in moglie, qualcun altro lo farà» commentò Lucrezia alle sue spalle.

Martine sorrise alla sorella e prese il bicchiere di vino che le porgeva; erano circondate da una profusione di candele, e tronchi di abete decorati con nastri e ghirlande, e vischio che pendeva dal soffitto; al centro del salone troneggiava un grande pino, riccamente addobbato, che Lucrezia aveva fortemente voluto. Era una tradizione nata in Germania, che poggiava le proprie radici nelle leggende celtiche e che rappresentava la speranza di un nuovo inizio e la celebrazione della vita. Sua sorella amava dettare le mode, anche in quei momenti.

«Hai il volto più pieno e luminoso. Sbaglio a pensare che ci sia un fratellino in arrivo per Louise?»

«Odio la tua capacità di osservazione» rispose Lucrezia, sfiorandosi il ventre. «Non lo sa nessuno, neppure Alexandre. Pensavo di dirglielo domani, dopo la messa di mezzanotte.»

«Sarà un magnifico regalo, ne sarà estasiato.»

«Spero sia maschio o, almeno, che prenda dal padre: amo Louise, ma un’altra piccola me è difficile da gestire.»

Martine scoppiò a ridere di cuore, incapace di contraddire la sorella.

«Tu stai bene?»

Dopo alcuni istanti, Martine annuì. «Sto bene. Sono a casa e mi fermerò per un po’, quindi sì, sto bene.»

In quell’angolo riservato, lontane da sguardi indiscreti, Lucrezia poggiò il bicchiere e abbracciò la sorella e rimasero così, strette l’una all’altra.»

Poco lontano Danielle le osservava, gli occhi resi lucidi dalle lacrime, sulle labbra una silenziosa benedizione.

*** Quella del re è un’occupazione a tempo pieno, una vita scandita da una rigida etichetta e votata al proprio regno più che alla propria persona. Vi è, però, nella vita di un sovrano, quella fase precedente il cui ruolo di erede al trono permette una maggiore autonomia: Luigi, re di Francia e Navarra, quattordicesimo del suo nome, di quel periodo non aveva alcuna memoria. Il suo primo ricordo era il 14 maggio 1643: paramenti neri, volti tetri e frasi appena sussurrate.

Ricordava gli inchini, più profondi e seri, e il bellissimo sorriso di sua madre, così stridente con le espressioni rigide dei cortigiani.

In cuor suo avrebbe voluto illudersi di ricordare quelle scene come se le avesse osservate dall’alto, ma la verità incontrovertibile era che Luigi aveva vissuto tutto dalla prospettiva di un bimbetto di cinque anni, che aveva perso un padre e guadagnato una corona.

La risata di Filippo lo strappò da quei pensieri: era poco lontano e, insieme al Cavaliere di Lorena, e rideva di qualcosa che Alexandre aveva detto o fatto. Il moschettiere si prestava volentieri allo strano corteggiamento di Monsieur: proprio come Enrichetta, sapeva che il delicato equilibrio tra i due fratelli Borbone si poggiava anche sulla loro capacità di coccolare il più piccolo per sopire le gelosie verso il più grande.

«Prima o poi voi Borbone me lo porterete via, me lo sento.»

«Lucrezia.»

Il re si voltò verso la padrona di casa, incantevole nel suo abito azzurro. «Sarete sempre la creatura più bella su cui io abbia mai posato lo sguardo.»

«Sono una donna sposata, Maestà. E con il vostro Alexandre.»

«Mio?»

«Più vostro che mio, lo è sempre stato.»

«Lui vi adora, come potete pensarlo?»

Lucrezia sorrise, sfiorando la mano del re. «Se la vostra vita fosse in pericolo, morirebbe egli stesso pur di salvarvi, senza preoccuparsi neppure per un istante di lasciare me vedova e i nostri figli orfani di padre. E lo farebbe per l’amore che nutre verso di voi, non per dovere.» Luigi le si avvicinò e, approfittando di una nicchia isolata e illuminata solo dalla debole luce di una candela, le cinse la vita con un braccio, avvicinandola a sé.

«Lo farebbe sapendo che mi prenderei cura di voi. Di tutti voi, di Louise e di tutti i bambini che verranno. E lo farei, Lucrezia, lo sapete anche voi, senza doppi fini, nonostante vi desideri come il primo giorno. Ma amo più Alexandre di quanto non ami voi.»

La donna sorrise. «Di norma, l’idea di essere seconda a qualcuno mi darebbe immensamente fastidio, ma essere seconda ad Alexandre… Nessuno può arrivare prima di lui, negli affetti. Senza dubbio non nei miei. E sono felice che anche suo padre lo abbia capito e sia qui stasera. Buon Natale Maestà.»

Commentò poi, al primo rintocco della mezzanotte, che segnava il passaggio al giorno della Vigilia.

«Buon Natale mia adorata. Sarete nostri ospiti al Louvre?»

«Natale di intrighi e pettegolezzi? Non me lo perderei per nulla al mondo.»

*** «Nevica.» Un commento che evidenziava l’ovvio, lo sa, ma non voleva avvicinarsi alle sue spalle in silenzio, furtiva. In realtà, non si sarebbe proprio dovuta avvicinare, ma l’istinto, quando lo aveva visto da solo in giardino, aveva prevalso sul raziocinio.»

La neve mi piace, il freddo mi piace, sicuramente più di quanto non mi piaccia essere circondata da un manipolo di nobili oziosi e ubriachi.»

Martine sorrise, sedendosi nella neve vicino a Marc, incurante del fatto che la neve le avrebbe bagnato le gonne e il freddo penetrato le ossa.

«Sei andato a casa?»

«Sì. Mio padre ti saluta e ti invita per il pranzo dopodomani. A proposito, avevi ragione, la cuoca si è stabilita con lui in pianta stabile

«E a te sta bene?»

Il ragazzo alzò le spalle. «Lui è sereno e io mi sono sempre sentito in colpa per averlo lasciato da solo, quindi va bene così, sì.»

Lucrezia aveva fatto addobbare anche il giardino e dagli alberi pendevano lanterne che creavano giochi di luce sulla neve immacolata. Regnava il silenzio: le spesse vetrate della villa impedivano al vociare di giungere all’esterno e nessuno si avventurava per strada con quel tempo. Erano soli, sospesi quasi in una culla fuori dal tempo.

Martine sospirò e poggiò la testa sulla spalla di Marc. Era da tanto che non si ritrovavano da soli senza missioni o impegni e le sembrava così giusto, così perfetto. Sapeva che non l’avrebbe aspettata in eterno, che prima o poi si sarebbe dovuta decidere a dargli una risposta, ma in due anni ancora non ne aveva trovato il coraggio. Quella libertà le piaceva e, benché razionalmente sapesse che Marc non le avrebbe mai imposto di abbandonare il suo lavoro di spia per rimanere a casa ad aspettarlo, inconsciamente la paura la attanagliava.

Marc era casa, Marc era, insieme a Lucrezia, l’unico punto fermo della sua vita e lo era sempre stato, sin da quando avesse memoria, ma l’idea di etichettare il loro rapporto sembrava soffocarla.

«A cosa stai pensando?»

«Che ti amo. Lo sai vero?»

«Non abbastanza» sussurrò, ma non c’era amarezza nel suo tono.

«Dobbiamo proprio sposarci ora, per poterci amare?»

Marc, con una mano, le fece alzare la testa, costringendola a guardarlo.

«Domani. Domani ti risponderò in maniera razionale, ma stanotte… questa notte è troppo perfetta e, no, non ho bisogno di un anello al dito per amarti.»

La neve, che continuava a cadere, le si era fermata tra le ciglia e gli occhi chiari rilucevano alla luce delle lanterne. «Stasera posso amarti e basta.» le sussurrò a fior di labbra, chinandosi a baciarla.

«Che stanotte duri come mille notti.»

Un bacio e poi un altro e non perché avessero una parte da recitare. Un bacio e poi un altro, privi di maschere e di falsi nomi. Un bacio e poi un altro, finché la casa non si svuotò e vi si rifugiarono, su pelli pregiate stese davanti al camino dove bruciavano bucce di arance, riempiendo l’aria del loro profumo.

Un bacio e poi un altro, in quella notte incantata, perdersi e poi ritrovarsi. Un bacio e poi un altro in quella casa dove una bambina dormiva stringendo un sole d’oro tra le manine, mentre i suoi genitori consumavano l’amore con la neve che cadeva silenziosa fuori dalla finestra; in quella casa in cui tre giovani moschettieri dormivano inseguendo i propri sogni, la gloria, l’amore, il successo.

In quella casa, una mezzaluna che custodiva un segreto, un bacio che seguiva un altro e le domande svanivano nella notte lasciando il posto ai sogni per tutti i futuri Natali, mentre ad ogni ora l’orologio rintoccava e il giorno della Vigilia di Natale nasceva.

19 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Quando suo padre le aveva comunicato di volerla allontanare, Freya Middleton si era sentita stranamente sollevata; amava la casa della sua famiglia, nella campagna vicino Copenaghen, e la sua vita era

12 settembre 2021. "Quando ti passa la fissa della Formula 1?" Sembra una frase apparentemente innocua, vero? Una battuta, qualcosa per cui sorridere e passare oltre. Il punto, beh, è che non era que

5 settembre 2021. Capita solo a me, a volte, di sentirmi una bambina negli abiti della propria madre? Non che io abbia mai davvero provato gli abiti di mia madre, non foss’altro che perché sono sempre