• Leila Awad

Come Venezia - I parte

Questa storia è ambientata alcuni anni prima l'inizio del mio romanzo "Ombre sulla pelle"



Se avesse dovuto scegliere di vivere cristallizzata in un momento, quello sarebbe stato il tramonto, l’attimo in cui il sole moriva all’orizzonte e il cielo assumeva sfumature arancioni e rosa. Per Ottavia, era quello il momento perfetto, sospeso tra la fine e il principio, diviso tra il giorno che sta morendo e la notte che deve ancora iniziare.

Un limbo, come quello in cui viveva lei.

Ma Venezia al tramonto era così incredibilmente perfetta, che persino il limbo non sembrava un posto così brutto in cui trascorrere l’esistenza.

«Ottavia!»

La ragazza represse una smorfia sofferente nel sentire la madre che la chiamava dal salottino; aveva udito la voce di un uomo e se la donna richiedeva la presenza della figlia, poteva esservi solo una ragione.

Quando due occhi piccoli e viscidi si posarono su di lei, Ottavia lanciò un ultimo sguardo al panorama alle sue spalle, lanciando una muta preghiera alla città che le aveva dato la vita e pregando, irrazionalmente, che la nascondesse dentro di sé facendola svanire. Sua madre l’avrebbe messa in mostra come merce al mercato e lei, una volta ancora, si sarebbe spezzata.

In quanti pezzi poteva frammentarsi, prima che ricostruirsi diventasse impossibile?

«Ottavia, vieni qui, fatti vedere. Ricordi il signor Antonio?»

La ragazza annuì appena, accennando un sorriso: sapeva bene, purtroppo, che raramente sua madre riceveva due volte gli stessi uomini, a meno che non fossero suoi clienti, e dal momento che il signor Antonio era lì per lei, non poteva che esservi un’unica ragione.

Ottavia era figlia di una prostituta. Sua madre si atteggiava a signora, ma altro non era che una delle tante donne senza nome che aveva trovato rifugio da Mamma Anna, proprietaria di una delle case di malaffare di Venezia, quando aveva tredici anni.

Quando, a vent’anni, aveva messo al mondo una figlia femmina aveva deciso che ciò che lei non aveva potuto avere, lo avrebbe ottenuto attraverso la figlia. Ad Ottavia non era mai stato nascosto il suo futuro: avrebbe lavorato come sguattera nella casa di Mamma Anna fino ai sedici anni, poi si sarebbe sposata e sarebbe diventata una cortigiana.

Nel suo immaginario, le cortigiane erano bellissime donne, raffinate e colte, che vivevano in splendidi appartamenti e ricevevano gli uomini più importanti della città, ma lei sapeva la sua vita sarebbe stata sempre gestita da sua madre e dal marito che la donna le avrebbe scelto, e lei non avrebbe avuto alcuna voce in capitolo riguardo ai suoi amanti.

Essere una cortigiana le avrebbe potuto spalancare mondi che dal tugurio in cui era cresciuta poteva solo sognare, ma la verità è che non le avrebbero mai permesso di volare.

I sedici anni si avvicinavano inesorabilmente e sua madre stava riducendo il cerchio dei pretendenti: i soldi erano l’unica virtù che dovessero possedere. Suo marito si sarebbe preso la sua verginità e poi l’avrebbe messa sulla piazza, costringendola a diventare ogni notte una donna diversa, reinventandosi a seconda dei desideri degli uomini.

«Sempre più bella tua figlia, Tonietta. Sarà un piacere averla

La madre la osservò con sguardo soddisfatto, poi si volse annoiata. «Vai a fare un giro da qualche parte, io e il signor Antonio dobbiamo parlare di affari.»

Ottavia colse un’occhiata contrariata dell’uomo e fuggì prima che la madre cambiasse idea, passando attraverso lo stretto corridoio delle camere delle donne e scendendo la scala a chiocciola che portava alle alcove.

La vita da Mamma Anna era l’unica che conoscesse e, in fondo, non le dispiaceva; le altre prostitute mal sopportavano Tonietta, che si era sempre creduta ingiustificatamente troppo superiore a loro, ma adoravano la piccola Ottavia che, silenziosa e sorridente, le aiutava con qualsiasi cosa avessero bisogno, dai bottoni che necessitavano di essere cuciti agli uomini troppo invadenti che andavano allontanati con una scusa.

Ogni angolo di quella casa le era familiare, ma lo stesso non poteva dirsi di Venezia: ciò che conosceva era quello che riusciva a scorgere dalle finestre o dal tetto, il canale che si estendeva ai loro piedi, le strade strette, le guglie della basilica di San Marco in lontananza. Tutto il resto viveva solo attraverso i libri e i racconti degli uomini che attendevano il proprio turno con le prostitute.

Varcare la soglia di casa nei suoi sogni avrebbe significato crescere, diventare la donna che sognava, ma poi i suoi pensieri tornarono all’uomo che stava parlando con sua madre e un brivido la percosse, lasciandola sconfortata. Avrebbe cambiato una prigione con un’altra prigione, solo che la casa del signor Antonio sarebbe stata priva del calore umano che riusciva a trovare lì, dov’era nata.

«Ho sempre pensato che Venezia al tramonto regalasse a noi poveri uomini il suo aspetto più bello.»

Ottavia si voltò verso la voce che aveva parlato e si ritrovò ad ammirare un giovane di neppure trent’anni, alto e con un corpo ben fatto che denotava un costante allenamento; le sorrideva, ingentilendo lineamenti altrimenti forse troppo spigolosi, ma comunque belli e indiscutibilmente nobili. Non sembrava un uomo che necessitasse dei servizi della casa di Mamma Anna.

Non l’aveva mai visto prima, eppure sembrava muoversi con familiarità in quelle stanze.

«Come mai sei qui, bambina?»

«Mia madre lavora qui.»

L'uomo osservò la fanciulla, pensando che qualsiasi altra giovane si sarebbe offesa nel sentirsi chiamare bambina; era bella, con gli occhi chiari sgranati e le labbra piene piegate in un accenno di sorriso.

«E tu no?»

«Io aspetto di sposarmi» rispose, semplicemente, sapendo che, se non era uno sciocco, l’uomo avrebbe capito subito cosa significasse quella frase.

«Come ti chiami?»

«Ottavia, signore.»

«Ottavia e basta?»

La ragazza annuì, arrossendo. «Non ho cognome, signore, non l’ho mai avuto, ma lo avrò presto, non appena mi sposerò.»

Pronunciò quelle parole con apparente tranquillità, ma il suo cuore tremava: sua madre non aveva mai voluto darle un cognome, neppure il suo, ripetendole che lei non era altro che un soprammobile finché non si fosse sposata, e non necessitava d’altro che del nome e della bellezza. Eppure, Ottavia non si era mai sentita un soprammobile.

«Capisco. Io sono Enrico Foscari.»

Le si sedette accanto ed entrambi si stupirono dell’istintiva familiarità con cui reagivano alla presenza dell’altro.

«Siete un Nobil Homo.»

Enrico storse il naso, ma poi sorrise. «Più o meno. La mia era una famiglia di commercianti che solo dopo la rivolta della Lega dei Cambrai ha ottenuto l’iscrizione al Libro d’Oro. Sai di cosa sto parlando?»

Ottavia annuì. «Ho studiato, sapete? Mamma Anna mi ha insegnato a leggere e gli avventori soliti della casa sanno che adoro i libri, per cui spesso me ne regalano.»

«Allora farò altrettanto» commentò l’uomo, colpito da quella ragazzina che si sforzava di apparire ordinaria, quando ordinaria non lo era affatto.

«Grazie» gli rispose sinceramente, per poi realizzare un dettaglio. «Dunque dovrete sposarvi presto anche voi.»

Era giovane e la famiglia era di recente patriziato, pertanto aveva bisogno di affermarsi e quale modo migliore di un matrimonio?

«Cosa ti dice che non sia già sposato?»

Ottavia non rispose, ma gli indicò la mano sinistra su cui era presente solo un anello al mignolo. Nessuna fede nuziale.

Eppure la dolcezza con cui sfiorò quell’unico anello le fece comprendere che, forse, qualcuno nel suo cuore c’era già e fu lo stesso Enrico a confermarlo poco dopo, benché involontariamente.

«Ho ancor meno voglia di sposarmi di te, mia cara. Ad ogni modo, ti sei scelta un delizioso nascondiglio, hai una vista meravigliosa da qui. Io di solito passo attraverso le altre scale, quelle principali, ma pare che qualcuno abbia deciso di versare un intero otre di vino, bloccando il passaggio.»

«Mamma Anna ne sarà contenta.» Enrico scoppiò a ridere e Ottavia lo seguì, poi l’uomo si alzò. «È stato un piacere parlare con te.»

«Anche per me.»

Tornò alcuni giorni dopo e la ritrovò in quello stesso punto della casa, immersa in un’opera di cucito. Una giovane donna che non aveva ancora compreso le infinite possibilità che quei lineamenti le donavano, una bambina cresciuta troppo in fretta che però non aveva perso il suo candore; Enrico rimase ad ammirarla un istante, le labbra socchiuse, i capelli legati confusamente che le lasciavano scoperto il collo illuminato dalla luce del sole.

«Ti ho portato questi.»

Ottavia si voltò verso di lui con un’espressione di stupore negli occhi, che subito si trasformò in gioia quando notò i libri nelle sue mani: non erano libri da leggere, ma una raccolta di illustrazioni di Venezia con brevi spiegazioni dei luoghi.

«Mi hanno detto che non esci mai da qui, per cui ho pensato di portare Venezia da te. Quando avrai finito di sfogliarli, fammi sapere cosa vorresti visitare e farò in modo che accada.»

«Vi ringrazio, signor Foscari, ma dubito che mia madre lo permetterà.»

Enrico le sorrise, sfiorandole le labbra con un dito intimandole il silenzio. «Nessuno ha detto che tua madre debba saperlo. Questo è un nascondiglio perfetto dalle brutture del mondo, però Venezia, nonostante i suoi difetti, deve essere scoperta e amata.»

«Abbiamo poco tempo, però» replicò la fanciulla, catturata da quel giovane enigmatico e pieno di sorprese. Ottavia sapeva che, in quanto cortigiana, l’amore le sarebbe stato precluso, e dopotutto non era neppure amore quello che provava per lui, non ne era attratta fisicamente come lo era stata da alcuni ragazzi che di tanto in tanto incontrava tra quelle mura; era più che altro il suo sguardo ad attirarla, il tono della sua voce e i suoi racconti su Venezia… Un’affinità elettiva, di anime. Ed Enrico amava il tramonto, proprio come lei.

«Poco tempo?»

«Tra quindici giorni mi sposerò e non potrò più vedervi.»

«Allora dovete sbrigarvi a sfogliarli. Passerò a prendervi fra due notti, fatevi trovare a questa finestra, porterò una scala. Credete di poterlo fare?»

Fuggire di notte all’insaputa di Tonietta? Probabilmente sarebbe stata scoperta, ma cosa importava? Cosa poteva infliggerle più di quello che aveva già deciso quella mattina, più di quel matrimonio che non voleva ma a cui non poteva opporsi in alcun modo?

«Contate su di me. Ora però devo andare.»

Istintivamente si chinò a baciargli una guancia, poi gli voltò le spalle e salì le scale, con il profumo del giovane ancora addosso.

Era una follia, se ne rendeva perfettamente conto mentre si chiudeva la porta alle spalle e, con il minor rumore possibile, raggiungeva il nascondiglio e la finestra sotto cui Enrico la aspettava. Stava scappando con un giovane di cui non sapeva nulla, ma un’istintiva fiducia e lo struggente desiderio di conoscere finalmente la sua città le avevano impedito di pensare razionalmente: lei voleva fuggire, lo desiderava con tutta se stessa. La scala era lì e, con il cuore che le batteva impazzito nel petto, la scese fino a trovarsi tra le braccia di Enrico.

«Sapevo che saresti venuta.»

«Io non lo sapevo fino a cinque minuti fa» replicò lei con un sorriso.

Enrico le tirò su il cappuccio del mantello, poi nascose la scala e la guidò fino ad una gondola che attendeva poco distante dalla casa di Mamma Anna.

Ottavia batté le mani per la gioia.

«Non sono mai salita su una gondola!»

«Lo so.»

Enrico le tese una mano per aiutarla a salire, poi fece cenno al gondoliere di partire e Ottavia, dopo un primo istante di smarrimento, si lasciò cullare dal pigro movimento delle onde; i suoi sensi erano all’erta, nel tentativo di assorbire Venezia, i suoi odori, non sempre piacevoli, le sue immagini, i suoni… Finirono nel Canal Grande e Ottavia si stupì della sua grandezza e ammirò la luna che si specchiava sull’acqua. Era piena e illuminava la città rendendola parte di un magico sogno.

Enrico, al suo fianco, taceva, e se lei si fosse girata avrebbe colto i suoi occhi su di sé.

Scesero in prossimità di piazza San Marco, che Ottavia aveva immaginato mille volte e che percorse correndo lungo tutto il perimetro mentre Enrico la osservava seduto sul marciapiede. C’era qualcosa in lei di così vivo, come una fiamma instancabile, e odiava l’idea che qualcosa potesse spegnerla: il matrimonio, ne era sicuro, l’avrebbe uccisa. Avrebbe vissuto una vita che non aveva scelto e che non le apparteneva, accantonando sogni e aspirazioni. Una sensazione che lui conosceva bene.

La famiglia voleva che si sposasse, ma nessun nobile di antico patriziato gli avrebbe mai concesso la mano di una figlia, così suo padre aveva ristretto il campo a tre papabili spose, di nobiltà recenti come loro e così terribilmente volgari… L’idea di trascorrere il resto della sua vita con una di loro era insopportabile. Inoltre, esisteva un altro dettaglio, che poi così dettaglio non era e che lo tormentava giorno e notte come un enigma a cui non esisteva risposta.

«Enrico, voglio vedere palazzo Correr, è qui vicino vero?»

L’uomo annuì e la prese per mano, conducendola ai piedi di uno dei più bei palazzi veneziani; lo ammirarono dall’esterno, attraverso i sontuosi cancelli ed Ottavia si lasciò stregare da un grande albero che si trovava al centro del giardino.

Un corniolo, le spiegò Enrico, e quella parola sulle sue labbra aveva un sapore dolce, quasi di promessa, come se quell’amore che simboleggiava, così forte da sfidare le avversità, potesse avvolgerli e dar loro un futuro migliore. Entrambi sapevano che il giorno avrebbe portato via quel sogno, ma in quelle ore si concessero di indugiarvi, mentre camminavano attraverso dei vicoli fino al palazzo Ducale, sede del Doge, dei tribunali e delle prigioni, e ancora verso Ca’ D’oro, la cui facciata era interamente decorata in oro. Passeggiarono lungo i ponti, chiacchierando come se si conoscessero da sempre e bevendo il vino comprato dalle locande ancora aperte, avvolti dalla nebbia di Venezia come se la città li custodisse nel suo grembo.

Quando però, quattro ore dopo, Ottavia si trovò ai piedi della scala, le parole le vennero meno.

«Spero tu sia stata bene.»

«Vorrei che questa notte fosse durata per sempre. Promettetemi che lo rifaremo prima che mi sposi, ve ne prego!»

Enrico si chinò a baciarla, un bacio rapido, dolce, che trasmetteva affetto, ma non passione. «Lo prometto.»

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La corte del Sole

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