• Leila Awad

Josie - Il regno di Brygge

Questa storia è ambientata alcuni anni prima l'inizio del mio romanzo "Chloe"



Le mille luci di Shangai si estendono ai miei piedi. Le vedo e non le vedo, attraverso la persiana, ma so che ci sono perché questa città la conosco. Non dovrei essere qui e non c’è altro posto in cui vorrei essere. Sento suonare il mio cellulare, so chi è senza neanche guardare, mio fratello ha una suoneria tutta sua. Dovrei rispondere. Dovrei tornare a casa. Tra due giorni si celebreranno i funerali di mio nonno, a Meerburg, la capitale di Brygge, il Paese in cui sono nata, in cui vivo.

Dovrei essere accanto a mio padre in questo momento… e non lo intendo in senso figurato. Dovrei proprio stare accanto a lui, sono le sei e mezza del pomeriggio a Meerburg e, da un patio davanti il palazzo reale, mio padre sta annunciando, affiancato da sua moglie e dal figlio maggiore, cosa succederà domani – la cerimonia religiosa, la tumulazione nella tomba di famiglia, i tre giorni di lutto nazionale. Perché mio nonno non è solo mio nonno e la mia famiglia non è una famiglia qualsiasi.

Il re è morto. Cinque giorni fa. E io, cinque giorni fa, sono scappata, per non dover affrontare quel volto ormai spento e provato dalla malattia che non ha più nulla dell’uomo che mi teneva sulle sue ginocchia mentre leggeva i dispacci ufficiali. E per non affrontare che, adesso, è mio padre il re e dalla seconda in linea di successione ci si aspettano determinate cose.

«Jo-Jo, dai, ti stanno aspettando.»

Mi giro verso il ragazzo che mi sta chiamando e sorrido, perché mi hanno insegnato che bisogna sorridere sempre, che è quello che si aspettano da me.

«Arrivo.»

«Dai, c’è anche quel giocatore di hockey che conosce tuo cugino.»

Non so di chi stia parlando. Non so perché dovrebbe interessarmi. Dovrei essere a casa.

Seguo il mio amico lungo il corridoio e torno alla folle festa che un mio caro amico ha organizzato; i paparazzi sono banditi, gli ospiti miei amici e io posso divertirmi senza pensare.

Sono pochi i volti che non conosco e li trovo subito: due ragazze che si strusciano sul dj, qualche ragazzo che ammicca nella mia direzione e poi il giocatore di hockey. Ex giocatore, in realtà. Spalle larghe, fianchi stretti, bel culo.

Sta parlando con il nostro ospite, mi stampo il mio sorriso migliore e mi avvicino.

Lui mi squadra, ma non sembra apprezzare ciò che vede.

«Jo-Jo, eccoti. Conosci Gustav Karlson?»

Continuo a sorridere, cercando di ignorare quella sensazione di fastidio sottopelle, e gli tendo la mano. Lui la guarda, guarda me e in quello sguardo chiaro, nel disprezzo che vi leggo dentro sembro annegare.

«Principessa, non pensavo di trovarla qui.»

Qui, lontano da casa, dai miei genitori, da mio nonno. Ci sono così tante parole non dette in quella piccola parola. Non mi stringe la mano, continua a fissarmi con sguardo di superiorità. Lui.

Che non è nessuno. Ex aviatore. Ex giocatore di hockey. Un signor nessuno.

«Daniel, con permesso» dice poi, e si allontana, lasciandomi inebetita e con la mano ancora tesa.

Zoppica leggermente, ma lo registro solo dopo, perché sono troppo impegnata a schiumare di rabbia.

«Daniel!» esclamo, furiosa, ma il mio amico alza le mani… e se le lava. Mi fa l’occhiolino e si allontana. Fortunatamente sono vicina al bar, così bevo, e bevo ancora finché non smetto di sentire e ricomincio a respirare. Mi sono quasi dimenticata di Gustav quando me lo trovo a pochi passi, mentre si allontana e il mio istinto mette a tacere la ragione e allungo leggermente il piede: chiunque altro avrebbe leggermente barcollato, ma lui zoppica, lui cade, trascinando con sé un vassoio di bicchieri che zittisce tutti con il suo fragore assordante.

Mi guarda e io lo guardo, dall’alto, con un’espressione angelica. «Mi dispiace, non ti avevo proprio visto.»

Vedo un lampo di rabbia nel suo sguardo, vorrebbe aggredirmi ma so che non lo farà, perché sono una donna e sono la sua principessa. Può solo mettersi in piedi a fatica e allontanarsi, zuppo di champagne, sotto il mio sguardo trionfante.

Non ho vinto niente, però, e mi sento smarrita e sola. I volti che vorticano attorno a me sono confusi, privi di identità e servono solo a peggiorare la mia claustrofobia, così mi allontano. Percorro un corridoio, poi un altro e alla fine arrivo in una sala video, una sorta di piccolo cinema privato dell’hotel. È deserto e lo schermo è spento. Mi siedo su un divano prendendomi la testa tra le mani, sfilo le scarpe e cerco di riacquistare tutta la compostezza che ho perso passo dopo passo dalla festa a qui.

Un qui che è comunque ancora troppo lontano da casa.

«La festa vi annoia, principessa?»

Sobbalzo. Non lo avevo visto, rintanato com’è in un angolo; d’istinto sorrido, ma impiega un istante, quel sorriso, a inclinarsi, componendo una smorfia grottesca che non ha nulla di bello o di dignitoso.

Distolgo lo sguardo e, improvvisamente, lo schermo si illumina, trasmettendo il telegiornale. Le immagini sono un pugno nello stomaco.

Mio padre, il mio bellissimo padre, sembra invecchiato cento anni, mentre mia madre, per la prima volta in vita sua, si presenta in pubblico con gli occhiali da sole. Il volto di Eddie, invece, è una maschera impenetrabile.

La nostra giovinezza è finita cinque giorni fa, portata via da un uomo che non era solo un nonno amorevole, ma anche una figura che ci teneva un po’ più lontani dalla vita pubblica, più protetti. Adesso Edvard è l’erede, di fatto se non ancora di nome, e mio padre è re. Dovrei essere con mio fratello, dovremmo farci forza a vicenda, dovrei aiutarlo a portare il peso di quel titolo, e invece sono dall’altra parte del mondo.

Il gemito mi sfugge dalle labbra prima che possa controllarlo, poi arriva il singhiozzo e alla fine mi ritrovo in lacrime senza riuscire a fermarmi. Sento una porta chiudersi, penso che il giocatore se ne sia andato, disgustato dalla scena, ma poi sento la sua voce.

«La sala è insonorizzata.»

E allora urlo.

Con tutto il fiato che ho in corpo, fino a sentire in fiamme la gola e i polmoni, fino a non avere più niente dentro di me, se non un vuoto angosciante.

Quando riapro gli occhi, una vita dopo, Gustav è accanto a me. Mi scosta una ciocca di capelli dal volto sudato, poi si alza e mi tende la mano.

«Ti porto in stanza, principessa. Nessuno ti vedrà.»

Annuisco e lo seguo, docile come non sono mai stata, fino alla porta della suite.

Apro la bocca per ringraziarlo, ma non esce nessun suono. Per un attimo mi chiedo se riuscirò mai più a parlare. Incomprensibilmente, però, lui sa cosa intendo e sorride. Ha un bel sorriso. Non credo di meritarlo. Non credo di meritare nulla in questo momento, ma nonostante ciò allungo la mano per fermarlo, quando si volta. Non voglio rimanere sola.

Mi segue all’interno, si guarda attorno, poggia le mie scarpe a terra. Neppure sapevo che le avesse prese. Lo lascio in salotto mentre vado a infilarmi una tuta e lo raggiungo così, imperfetta come mai sono stata, senza trucco e con i capelli raccolti in uno chignon confuso. E non mi interessa. È quasi liberatorio.

Lui mi guarda, così intensamente che è come se fossi nuda, e nonostante sia abituata agli sguardi estranei mi scopro incapace di reggere il suo.

«C’è un volo per Brygge domani mattina, con scalo a Doha.»

Visto il nostro inizio di serata, dovrei pensare che sia l’ennesima stoccata per rimarcare la poca opportunità della mia permanenza qui, ma non c’è nulla nel suo tono che faccia trasparire l’accusa. Non più.

Ha trascritto i dati su un foglio, io scatto una foto e la mando al segretario di Eddie. Aggiungo una nota, però. Per 2.

È una sciocchezza, è istintiva, ma non sopporto l’idea di viaggiare da sola. Non sopporto l’idea di stare da sola.

«È ora che vada» commenta, alzandosi in piedi.

È bello, Gustav Karlson. Spalle larghe, fianchi stretti, incredibili occhi azzurri.

Gli prendo la mano, lo guardo implorandogli di restare. E lui resta.

Quando arriviamo a Meerburg ho recuperato tutta la compostezza. Indosso un tubino di un verde così scuro che lo si direbbe nero, che Gustav mi ha aiutato a prendere in all’aeroporto di Shangai perché, ovviamente, sono partita senza portare nulla di consono a una principessa in lutto.

Abbiamo parlato poco e soprattutto abbiamo finto che la notte trascorsa non fosse successa. Quando arriviamo a casa il segretario di mio fratello mi raggiunge e mi prepara a quello che troverò oltre le porte, nidiate di giornalisti e, soprattutto, la popolazione. La mia assenza non è stata presa bene, l’affetto che il popolo ha per me mi ha fatto da scudo, ma i prossimi minuti saranno cruciali. Lo so, ma sentirlo ad alta voce mi fa mancare l’aria.

Mi aspettavo il caos, ma è il silenzio ad accogliermi, interrotto solo dal click dei fotografi. Nonostante l’ora tarda, centinaia di uomini, donne e bambine mi guardano da oltre le transenne poste a mia protezione quando mi sono rifiutata di uscire dal retro, perché li ho già delusi abbastanza scappando e lasciando la mia famiglia ad affrontare il lutto, adesso meritano di vedermi. Meritano la mia ammenda.

Mi volto e, alle mie spalle, Gustav mi sta guardando. Sorride appena, poi sparisce e, anche se vorrei urlargli di non lasciarmi, so benissimo che questo momento non gli appartiene. Ha fatto anche troppo per una sconosciuta che lo ha fatto cadere di proposito solo per svilirlo. Mi avvicino, con scoramento della scorta, a una signora, la più vicina a dove sono. Le stringo la mano, lei stringe la mia e in quel contatto ritrovo tutto quello che cercavo nel posto sbagliato, ritrovo il sorriso di mio nonno, le sue parole. La monarchia non è più quella di un tempo, ma la mia famiglia è molto amata, mio nonno era solito camminare tra le persone, sedersi al bar a bere tè, soprattutto negli ultimi anni, quasi fosse un vecchietto qualunque. Re Frederik V di Brygge ha visto la Guerra, ha combattuto fianco a fianco con i suoi concittadini quando era ancora principe ereditario, ha messo tutta la sua vita al servizio del paese, dei più deboli. Sono orme enormi in cui camminare.

Una bambina mi porge un mazzolino di fiori, una signora mi sfiora la spalla. Io percorro le transenne, nel più surreale walkabout della mia vita, privo del vociare, delle chiacchiere, delle foto e dell’allegria. Resto quindici minuti con loro, poi arriva il momento di rientrare in macchina per andare al palazzo del principe di Weiss. Realizzo solo in questo momento che adesso quel palazzo, quello dell’erede al trono, spetta a mio fratello, mentre i miei genitori si trasferiranno a Kronborg Slot. E io?

Weissborg Slot è immerso nel silenzio quando arrivo, ormai oltre la mezzanotte, e vado immediatamente da mio fratello. Edvard è in balcone, immerso nella solitudine di chi ha visto la sua vita capovolgersi e il senso di colpa si acuisce.

Negli ultimi giorni ha montato la guardia alla salma insieme a nostro padre, nostro zio e a nostro cugino Alexander, come da tradizione, ed è visibilmente provato.

Non appena mi vede corre ad abbracciarmi e cerchiamo conforto l’uno nell’altra, come è sempre stato e come sempre sarà. «Bentornata.»

«Mi dispiace.»

«Lo so. Ma sarei fuggito anche io, se avessi potuto.»

«Papà?» gli chiedo poi, quando ci accomodiamo sul divano.

«A pezzi, anche se cerca di non mostrarlo; ha perso il padre e si ritrova il peso della corona sulle spalle. Ancora fatica a capire che “Sua Maestà” ormai è lui.»

«E tu come stai?»

«Confuso» replica. «Ieri è passata Candice, avrei voluto rimanesse ma…»

Alza le spalle e io, ancora una volta, mi chiedo quanto sia assurdo che mio fratello sia perdutamente innamorato della “promessa sposa” che invece vede in lui solo una limitazione della propria libertà. A chi dice che fare i principi è facile e bello avrei davvero tante cose da replicare.

«Ci sarà domani» rispondo.

Annuisce, ma sa che non cambierà molto, domani, e che Candice non perderà la speranza che i rispettivi genitori abbandonino la folle idea di vederli sposare un giorno.

«E ci sarò io» sottolineo, quasi a volermi scusare per quando, invece, non ci sono stata.

Ci addormentiamo abbracciati nel suo letto, come quando eravamo bambini, e l’ultima cosa che vedo prima di addormentarmi è il sorriso di Gustav.

La mattina inizia presto ed è scandita da orari ben precisi; faccio solo in tempo ad abbracciare i miei genitori che vengo trascinata nelle mie stanze, dove indosso un abito nero e dove i miei capelli rossi vengono intrecciati e coperti da un cappellino, tutto scelto con cura da chi si occupa del guardaroba di mia madre. Mi sento soffocare, ma so che non è colpa dei vestiti. Quando ci troviamo in salotto mia madre ha un abbigliamento simile al mio e mio padre e mio fratello sono in alta tenuta militare. È a quel punto, nel silenzio che ci circonda, che istintivamente io e mio fratello, per la prima volta, ci inchiniamo ai nostri genitori, re Frederik V e regina Hanne. E per la prima volta, probabilmente, loro comprendono.

Oggi è dedicato a commemorare mio nonno, da domani il regno penserà all’incoronazione.

Il re è morto, viva il re.

Quando raggiungiamo Kronborg Slot ci rechiamo immediatamente nella sala dove la salma è stata esposta e lo vedo, è lui, in uniforme come quei dipinti che amavo osservare da bambina, ma al tempo stesso non è lui.

Siamo tutti qui o, per lo meno, chi è abbastanza grande per esserci. C’è mio zio Darius, duca di Feldrosen, insieme alla moglie e al primogenito Alexander, e mia zia la principessa Merisse insieme al marito, il conte di Leth-Thurah. I loro tre figli e il fratello di Alex sono stati ritenuti troppo piccoli per partecipare. Noi altri, in una parata di uniformi e abiti neri, siamo a pezzi.

Ci guardiamo senza avere il coraggio di aprire bocca, ma fortunatamente interviene il cerimoniere.

«Ricapitolo brevemente quello che succederà. La salma sarà portata con il carro funebre fino alla Cattedrale, insieme alla guardia d’onore. Sua Maestà e le Loro altezze reali il principe Edvard, il duca di Feldrosen e il principe Alexander seguiranno a piedi mentre la regina, la principessa Josefien, la principessa Merisse, la duchessa di Feldrosen e il conte di Leth-Thurah seguiranno con una carrozza scoperta.»

Cerco di ritrovare il contegno, perché saremo sotto gli occhi di tutti e non è opportuno dare spettacolo. Improvvisamente, penso a Gustav. Era uno sconosciuto fino a qualche giorno fa e l’inizio è stato orribile, ma paradossalmente è lui che mi ha tenuta in piedi e che mi ha dato il coraggio di buttare fuori il dolore, per poi tornare a casa.

Vorrei fosse qui.

Nel pomeriggio ci ritroviamo nel giardino del palazzo reale, insieme ai rappresentanti delle istituzioni e della nobiltà di Brygge. Ho stretto più mani di quante ne saprei contare, ho sorriso e sorriso fino a pensare che non sarei più riuscita a farlo, finché la maggior parte degli ospiti non si è allontanata. Ne ho approfittato per rintanarmi nel roseto voluto da mia nonna. Mi sfilo le scarpe, sfilo i ganci dai capelli, lasciandoli finalmente liberi dalla rigida acconciatura, e mi siedo su una panchina. Se penso alla giornata di oggi non ho che ricordi sfocati, dalla cerimonia funebre, durata ore, alla tumulazione nella cappella reale, dove già riposa da anni l’amata moglie, fino al rinfresco qui, nel palazzo che era suo e che ora è di mio padre. So di essermi comportata adeguatamente, ma in tutta franchezza non ne ho memoria.

«Principessa…»

Riconoscerei quel tono tra mille, un po’ sprezzante, un po’ ironico. Quando mi compare davanti, il viso di Gustav è il primo che vedo nitidamente in tutta la giornata. Ha un abito scuro e la cravatta piegata in mano.

«Quando sei arrivato?»

«Un paio di ore fa, ma non trovavo mai il momento adatto per avvicinarmi.»

Gli faccio posto sulla panchina e lui accetta il tacito invito. Rimaniamo così, in silenzio, fianco contro fianco, mentre l’unico suono è quello della fontana al centro del giardino.

«Lì giù c’è una rosa rossa con piccole macchioline bianche» dico, dopo un po’. «La rosa Josie, creata dalla nonna.»

«Mi piace Josie. Più di Jo-Jo.»

Sorrido senza guardarlo e, d’istinto, sfioro la sua mano con la mia. Siamo andati a letto insieme, ma per qualche motivo questo contatto mi sembra molto più intimo. Probabilmente perché è più reale di quanto non sia stato tutto quello che è successo a Shangai.

«Mi dispiace per come mi sono comportato.»

«Me lo meritavo.»

«No. Eri in lutto e io non sono nessuno per giudicare i modi per affrontarlo.»

«Sono scappata come una codarda mentre il mio paese piangeva mio nonno» insisto. Mi porto questo peso dietro da giorni e finalmente riesco a dare voce al senso di colpa.

«Ma sei tornata» replica.

«Grazie a te.»

«Saresti tornata comunque, principessa.»

«Pensi sia una ragazzina viziata, vero?»

Mi volto a guardarlo e lui fa altrettanto. «Lo pensavo, sì. Una ragazzina viziata e privilegiata, che viveva di party e viaggi costosi. Qualcosa mi dice che c’è dell’altro, però…»

«A volte non ne sono sicura… ma vorrei invitarti a cena, Gustav Karlson. Vorrei scoprirlo insieme se c’è dell’altro, se ti va.»

Mi spinge la mano. Mi sorride. La prima cosa bella, la prima cosa nitida dopo giorni di nubi.

«Mi piacerebbe, principessa.»

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La corte del Sole

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