• Leila Awad

La prima corsa - nel mondo della Formula 1

Questa storia è ambientata alcuni mesi prima l'inizio del mio romanzo "e ogni corsa è l'ultima"


A Londra è una bella giornata di sole, con un gelo degno di dicembre, ma luminosa. Mi piace pensare che sia di buon auspicio, mentre lascio la sede della Potter Racing, la scuderia di famiglia in cui, dopo anni di studio e tirocinio, lavoro. Il sogno di tutta una vita, nonostante mio madre mi volesse ben lontana da questo mondo. Ma le corse, io, le ho nel sangue.

Prendo un taxi che mi lascia davanti Madame Tussaud e, quando scendo, rimango ferma sul marciapiede per qualche minuto, con buonapace dei londinesi che mi aggirano di corsa, diretti chissà dove. Ho lo stomaco chiuso e penso che vomiterò a breve. L’appuntamento è fissato tra dieci minuti, quindi dovrei avere tempo sufficiente per ricompormi, ma la verità è che ho solo voglia di scappare. Respiro. Respiro ancora. Il mio intero futuro potrebbe dipendere dall’incontro di oggi.

Il mondiale di Formula 1 si è appena concluso e i dipendenti della Potter sono finalmente in vacanza fino alla fine dell’anno. Natale è alle porte e la città è illuminata a festa, ma oggi, nonostante ami questo periodo dell’anno, non riesco a essere partecipe dell’allegria.

Il cellulare vibra nella mia mano, un messaggio di mio zio: “Entra. È il tuo momento.”

Già. Il mio momento. Quello per cui ho studiato, per cui ho lottato contro i pregiudizi di chi ancora vorrebbe relegare le donne nella Formula 1 al mero ruolo di ombrelline. La Potter è il mio lavoro e, più ancora, è la mia famiglia, ma la verità è che né la laurea in ingegneria meccanica a Cambridge e né il tirocinio negli Stati Uniti mi hanno preparato a questo momento. I motori, quelli li capisco, li so gestire, ma le persone sono un altro discorso e quella persona in particolare è un mistero per me. Però quella persona deve essere mia.

Perché Carlos Ruiz, il pilota di punta della Potter, ha deciso che si ritirerà alla fine del prossimo anno e io, che sto finalmente prendendo in mano le redini della scuderia insieme a mio zio, so chi voglio al suo posto, nonostante i sentimenti altalenanti, perché anche se detesto l’uomo, venero il pilota. Se vogliamo riprenderci il titolo piloti, è su di lui che dobbiamo puntare. Ed ecco perché oggi sono qui. Prendo un ultimo respiro e attraverso la strada per entrare nel pub. È un posto insolito per un incontro di lavoro, non è quello che avrei scelto io, ma devo ammettere che il clima mi aiuta a distendermi più di quanto avrebbero mai fatto le mura della Potter.

Nonostante sia in anticipo, Allan Bauer è già seduto a un tavolo con una birra davanti e un libro tra le mani. Si alza quando mi vede, in tutti i suoi quasi due metri, e mi tende la mano.

«Daisy, sono felice di vederti. Birra?»

Annuisco, gli stringo la mano e mi siedo.

«Una buona lettura?» chiedo, per rompere il ghiaccio.

«Miti greci. Un certo Charles Doyle. Non il mio genere, ma mio cugino è il suo manager e me lo ha regalato quando l’ho visto qualche giorno fa.»

«Capisco. Dunque, Allan…»

«No, no. Beviamo, intanto, e raccontami di te.»

Mi spiazza, ma lo assecondo, inizio raccontandogli i miei studi e finisco con il narrargli le mie ultime vacanze in Grecia, due ore dopo. Non una parola sulla Formula 1.

Alla fine si poggia allo schienale della panca con le braccia incrociate e mi sorride. «Mi piace Londra» commenta. «E mi piaci tu. Tuo zio lo conosco bene, so che l’ambiente della Potter è sempre stato molto familiare, diversamente da altre scuderie. So che vi prendete cura dei piloti. E so anche che ne avete due con altri tre anni di contratto davanti. Quindi perché siamo qui?»

Sorrido. Siamo arrivati al punto. «Carlos vuole lasciare, dopo la prossima stagione. Vuole tornare in Brasile e noi lo lasceremo andare.»

Lo vedo illuminarsi, comprendere. «E Lemoine? È bravo.»

«Molto. Ma non è pronto. E io voglio riportare il titolo alla Potter, entrambi i titoli. Abbiamo una macchina forte, forse Carlos ce la farà quest’anno, forse no, ma sia come sia, lui lascerà. Robin capirà, probabilmente deciderà di lasciarci e mi dispiacerà, ma lo capirò. Come lui credo capirà noi.»

Annuisce. «Carlos e Robin… sono piloti di tuo zio, il loro progetto.»

Non lo dice in tono polemico, lo dice perché ha capito. Ci siamo presi le misure senza rendercene conto.

«Hanno dato tantissimo alla Potter, in termini di crescita. È arrivato il momento di fare il salto.»

Lui cerca un ambiente sereno per il suo cliente, che è l’ultima cosa che mi aspettavo da lui. Io cerco un pilota. Anzi, il pilota, il migliore in circolazione.

So che non sarà facile. Che anche se io e Allan stringeremmo l’accordo con una stretta di mano qui e ora, la trattativa non coinvolge solo noi, ma da adesso ho un solo obiettivo: poter dire al mondo, tra un anno a quest’ora, che Niccolò De Santis è mio.

*.*.*.*.*.*

Il pubblico è una strana creatura. Mentre cammino per il paddock nel giovedì che precede una gara di Formula 1, in Austria, i tifosi mi si avvicinano, vogliono una foto con me, un autografo, mi regalano piccoli peluche e libricini con dediche, ma nel web i titoli degli articoli sono terribili, i commenti al vetriolo.

Nico-Boom. Disastro De Santis. I tormenti di un (non più) giovane pilota. Sono solo gli ultimi che ho trovato. È straordinario quanto l’opinione pubblica sia rapida a osannarti e altrettanto rapida a buttarti giù quando non vinci. Che poi, io vinco. Ho vinto tanto, più di molti piloti storici, di sicuro più dei miei contemporanei, ma il mondo è ipocrita e io sono, ai loro occhi, viziato, arrogante e superficiale, solo perché mi piace godermi la vita.

Dopo l’incidente di domenica, che ha fatto avvicinare pericolosamente Carlos Ruiz al mio primo posto e, ancora di più, la Potter a vincere il mondiale costruttori, la mia scuderia mi ha fatto chiaramente capire che è stato bello, grazie tante, ma ora ciao.

E mi sento perso, perché non so cosa ne sarà di me, dal prossimo anno, dal momento che non ci sono monoposto disponibili. Non all’altezza, almeno. La Potter sarebbe l’ideale, in crescita com’è, ma è legata ancora qualche anno ai suoi piloti.

La voce che mi separerò dalla mia scuderia a fine anno è sempre più insistente e loro non fanno nulla per smentirla, i giornalisti non fanno che porre domande e io non so quanto ancora riuscirò a sorridere senza piegarmi. Mi sembra di impazzire.

Vado alla ricerca di Allan e lo trovo in uno dei bar del circus, a parlare con una ragazza; vedo solo i capelli biondi raccolti in una coda e la gonna blu, nient’altro, neppure quando si allontana e il mio manager mi viene incontro.

«Chi era?»

«Daisy Potter.»

La replica mi spiazza. «Quei Potter?»

Lui annuisce. Sarà una parente di Fred Potter, in visita per il weekend. Le gare attirano ogni tipo di persona, quando possono essere seguite nella comodità dei box o dei salottini.

«Come stai? Sei sereno?»

«Allan, rischio di ritrovarmi senza monoposto, di chiudere la carriera prima di quanto vorrei, come pensi che stia?» sbotto. Non era quello che sognavo. Non era così che speravo di chiudere una carriera costruita con lacrime e sangue, partendo da zero, dai sacrifici dei miei genitori. Quanto ho sacrificato per essere qui? A quanto ho rinunciato? E per cosa?

«C’è una possibilità, Nico.»

Scuoto il capo. Non ho intenzione di lottare per la decima posizione.

«Un ritiro ancora non pubblico libererà un posto.»

Mi gelo sul posto e mi manca un battito. «Davvero? Chi?»

Ma in quel momento ci raggiungono dei tifosi, mi fermo a fare fotografie e firmare autografi e non possiamo concludere il discorso. Resta fisso nella mia testa, però. Un ritiro? Chi?

La Formula 1 è la mia vita, sin da quando ero un bambino di Roma che correva con i kart, con un padre che sognava di realizzare attraverso me i suoi sogni e una madre che non era d’accordo, che voleva altro per suo figlio. Il prezzo per la mia carriera è stata una famiglia spezzata, ma a trent’anni, pluricampione del mondo, posso dire che non vorrei mai essere qualcos’altro, non avrei mai scelto un futuro che non comprendesse correre e quando rientro dalle prove libere, dopo aver siglato il miglior tempo davanti a tutti, mi sento in pace con il mondo.

Harper mi raggiunge mentre mi sto togliendo la tuta prima di andare in hotel. È bellissima come sempre, ma c’è qualcosa di cupo nel suo sguardo.

«E così è vero…» le dico semplicemente. Le mi si avvicina e mi aiuta a togliermi il resto dei vestiti, lasciandomi in boxer, senza dire una parola; la assecondo, spogliandola a mia volta.

«Mi mancherai, Nico» sussurra mentre mi bacia la clavicola. Hanno chiesto a lei di dirmelo o ha voluto lei che lo sapessi prima, così, mentre mi distrae rendendo tutto un po’ meno amaro.

«Ma non ci hai lasciato scelta. Sai che adoro come sei, adoro il tuo essere sopra le righe, infischiandotene di tutto, ma… beh, non possiamo andare avanti così.»

«Balle. Vi è sempre andato bene. La verità è che vi costo troppo, volete dar spazio ai giovani.»

Non smentisce e io ho la conferma che cercavo. È più facile dare la colpa ai piloti, senza assumersi responsabilità come scuderia. La assecondo, perché mi va, perché ho bisogno di perdermi in lei e non pensare per un po’. Quando ci rivestiamo mi guarda quasi compatendomi. Io sogghigno.

«Harp, pensate di aver vinto voi, ma il tempo vi darà torto. Lasciando andare me, perdete voi.»

Non si aspettava questa replica, ma dovrebbe conoscermi, sa che non mi lascio piegare. Mi scompiglio i capelli, infilo i jeans e una maglia e gli occhiali da sole. «Cosa farai?»

Vuole informazioni, perché il gioco della sua scuderia è farmi fuori eliminando il più pericoloso in pista, eliminando una persona troppo ingombrante per loro, facendo leva sul fatto che nessun’altra macchina è all’altezza. Forse hanno ragione, forse no. Mi fido di Allan.

«Quello che faccio meglio dolcezza. Continuerò a vincere.»

Le volto le spalle. So che mi aspettano mesi difficili, qui dentro, ma confido nel futuro, come ho sempre fatto, anche quando sembrava impossibile.

Sono Niccolò De Santis, dopotutto.

*.*.*.*.*.*

La sera prima di una gara porta con sé paure e speranze; Carlos parte in pole position, Robin terzo. Tra le due Potter, De Santis, per pochissimi millesimi di secondo dietro al primo. Sono passati mesi dall’incontro con Allan e temo che altri ne trascorreranno prima di poter definire l’accordo, ma la situazione si sta sbloccando.

Brilla la luna sul circuito, la maggior parte delle persone sono già in hotel, in attesa di domani, ma io non ho ancora voglia di rientrare. Mi godo la brezza leggera e fresca, la calma che precede la tempesta… questi momenti sono solo miei. Mentre sono appollaiata su un muretto, vedo De Santis in lontananza che percorre un tratto di pista. È bello, indiscutibilmente bello, e non posso fare a meno di chiedermi come sarebbero quegli occhi chiari circondati dal blu della Potter, non posso fare a meno di immaginare le vittorie, i traguardi, le soddisfazioni che mancano da troppo tempo alla nostra scuderia. Lui è la chiave, lo so.

Mi passa vicino per tornare in hotel; ha lo sguardo fisso davanti a sé, lontano anni luce da qui. Chissà se anche lui si interroga sul suo futuro. Chissà se Allan gli ha parlato di noi, di quello che potremmo conquistare insieme. Potrebbe diventare una leggenda, ha tutte le carte in regola per farlo.

I nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo, poi lui torna a guardare davanti a sé e mi ignora, superandomi.

Se fossi un’altra ragazza e lui un’altra persona, potrei farmi mortificare da quella mancanza di interesse, ma la verità è che non mi interessa. Perché lui sarà mio, nell’unico modo che importi.

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La corte del Sole

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